buddhasbridge

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2008. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Dal libro “La mente e la via”

Traduzione di Elizabetta Valdrè
Estratto del libro “La mente e la via”, su gentile concessione dell’Editore Ubaldini.

Possiamo anche fare ipotesi sul kamma (in sanscrito karma) e la rinascita, ma tutto ciò che sappiamo è se crediamo o no in questi concetti, o se siamo indecisi in merito ad essi. Invece di fare congetture sul kamma e la rinascita, suggerisco di studiarli nelle situazioni concrete, di investigare su di essi nel momento presente.

Le conseguenze della nascita

A volte, le persone chiedono che gli spieghi perché gli eventi accadano in un certo modo e non in un altro. Ad esempio: “Conosco una persona che si è comportata bene per tutta la vita. Non ha mai fatto nulla di male. Ha lavorato sodo e ha sacrificato se stessa. Però è morta di un cancro terribile, tra i tormenti. Che cos’ha fatto per meritare quel dolore spaventoso?”. Vorrebbero che dicessi: “Forse in una vita passata ha fatto qualcosa di pregevole di cui sta pagando il prezzo in questa vita”. E’ ipotesi. A proposito dell’esperienza di questa donna, possiamo solo dire: “E’ successo perché è nata. Se non fosse nata, non si sarebbe ammalata e non sarebbe morta”.

Perché siamo afflitti dai nostri problemi? Perché patiamo il dispiacere, la sofferenza, la disperazione, il dolore e l’angoscia? Siamo afflitti dai problemi perché siamo nati. La nascita condiziona tutto e tutti, fino alla morte. Se non fossimo nati, non avremmo nessuno di questi problemi. Ecco cosa si intende per kamma, e, quando sarete d’accordo, non sarete più sorpresi da ciò che vi accade.

Ci siamo messi in testa, per qualche ragione, che non dovremmo provare esperienze simili. Ricordo che negli Stati Uniti, duranti gli anni ‘50, pensavamo che la scienza avrebbe risolto tutti i problemi: in pochi anni avremmo debellato tutte le malattie mentali e fisiche grazie alla psichiatria moderna e alle medicine. Non ci sarebbe più stata la vecchiaia. Se avevi un fegato malandato, la scienza avrebbe trovato una soluzione rapida e per non farti morire. Ci sarebbe stato il benessere economico: tutti avrebbero avuto denaro, automobili e belle case. La tecnologia avrebbe costruito un magnifico paradiso.

Ma con che cosa ci ritroviamo, quarant’anni dopo? I disturbi mentali sono in aumento. La malattia è un problema come lo è sempre stata. La vecchiaia continua a esistere. E la morte, l’inevitabile fine del corpo, è una presenza costante, come sempre. Perciò, nonostante tutti i nostri sforzi, la conseguenza dell’essere nati è che il corpo muore. La nascita, come essere umano in possesso di un corpo e di una mente, condiziona la vecchiaia, la malattia e la morte. Ecco un modo per spiegare il significato del kamma: ciò che ci accade è conseguenza della nascita.

Le conseguenze dell’azione

Possiamo spiegare il kamma anche in questo modo: “Se compi buone azioni, ottieni un buon risultato. Se compi cattive azioni, ottieni un cattivo risultato”. Ma la gente non sa con certezza come interpretare questa legge. Probabilmente dice: “Conosco un tizio veramente cattivo, uno che imbroglia, mente e ruba, eppure è molto ricco. Vive in una splendida casa, possiede tutte le cose materiali che desidera, eppure è un gangster. Ammettiamo che sia vera la legge del kamma, che le buone azioni producano risultati positivi, e le cattive azioni risultati negativi; allora perché non sta soffrendo? Perché possiede tutte quelle splendide cose e, a quanto pare, non viene acciuffato?”. Apparentemente, sta ottenendo risultati positivi dalle cattive azioni compiute. Forse pensate che, dato che possiede una grossa auto, una bellissima casa e un mucchio di soldi sia, in un modo o nell’altro, una persona felice. Ma se voi foste stati un ladro o un assassino, vi rendereste conto che sono i ricordi di ciò che avete fatto i risultati del kamma. Pur possedendo una casa accogliente e oggetti magnifici, non potete non ricordare come siete venuti in possesso di tutto ciò, di quante persone avete approfittato, a quanti avete mentito, e così via. Pensate che vi sentireste felici e sicuri seduti nel vostro salotto elegante? Pensate a cosa sono costretti a fare i criminali: passano il tempo a bere, a prendere sedativi, hanno allarmi antifurto, vivono con enormi cani ringhianti e guardie del corpo. Ovunque si trovino, debbono rimanere in incognito e agire con circospezione.

Pensate alla vostra esperienza. Se dite una bugia o fate un pettegolezzo su qualcuno o vi appropriate di qualcosa, quando vi sedete e meditate, ciò che avete fatto vi fa sentire bene? Oppure è qualcosa di cui non vorreste neppure sentir parlare, che vorreste dimenticare? Dovremmo tenere a mente che siamo costretti a ricordarci qualsiasi cosa facciamo. Se compiamo cattive azioni, avremo brutti ricordi; se compiamo buone azioni, avremo bei ricordi. Si tratta semplicemente di questo.

Se fate cose buone, se siete gentili e generosi e sedete in meditazione, vi verrà in mente: “Ho appena aiutato qualcuno; ho fatto qualcosa di buono”. Quella che provate è una sensazione di felicità che è di aiuto alla meditazione. Vi coglie una sorta di gioia, di rapimento che deriva dalla riflessione sulle buone azioni compiute; è uno dei fattori dell’illuminazione. Questo è il genere di kamma che potete dimostrare a voi stessi, non perché crediate alle mie parole, ma perché osservate e riflettete come opera nella vostra vita.

Tutto ciò di cui ora siete coscienti, quello è il kamma. Potete attestare oggi stesso quali siano i risultati ottenuti finora nella vostra vita: la confusione, la felicità, i dubbi, le preoccupazioni, le paure e i desideri. Derivano dall’essere nati, dall’aver compiuto determinate azioni, e anche dall’essere stati condizionati dalla società a credere, ad accettare o a temere, a seconda dei suoi valori.

La nazionalità, le mode del tempo, l’educazione sono tutti fattori che producono un effetto smisurato sulla mente. Le illusioni contemporanee possono sopraffarci. Tendiamo a fare sacrifici e ad accettare compromessi di ogni genere per essere accettati e adattarci. La mente è profondamente condizionata dall’ambiente e, a causa dei condizionamenti mentali in cui siamo coinvolti, non siamo più in grado di conoscerla. Abbiamo dimenticato la realtà suprema al di là delle condizioni; abbiamo perso ogni contatto con l’incondizionato.

Se vivrete con più attenzione, responsabilità e gentilezza, vi sentirete felici: questo è il risultato karmico. Probabilmente vi troverete ancora in alcune circostanze sfortunate; non riuscirete certo a scampare al dolore, alla malattia. Ma non avrete bisogno di creare dispiacere, disperazione e angoscia nella mente. Se vivete con saggezza, potete evitare di farvi intrappolare dalle condizioni che producono quegli stati infelici. Essendo nato, il corpo raccoglie inevitabilmente frutti karmici quali la vecchiaia, la malattia e la morte. Quando l’avrete capito, non vi identificherete più col corpo, non vi aspetterete che sia diverso do come è. Sarete in pace con la natura mutevole e la condizione karmica del corpo umano. Non pretenderete che sia diverso. Saprete tenergli testa.

La reincarnazione opposta alla rinascita

A proposito della reincarnazione, la gente chiede spesso: “Se non c’è un’anima, come fa a rinascere qualcosa? Che cos’è che continua da una vita all’altra, se non c’è l’anima?”. A dire il vero, la teoria della reincarnazione non appartiene al buddhismo, ma all’induismo. Secondo la visione induista della reincarnazione, passiamo da un corpo all’altro. Se siete nati in una casta inferiore, dovete attendere la prossima incarnazione, la prossima vita, per rinascere eventualmente in una casta superiore.

Nel buddhismo verrebbe considerata superstizione, perché non può essere dimostrata e invita a pensare che nascere in una certa classe o in una determinata casta sia segno di purezza. Tutti possono constatare che nasce nella casta brahminica può essere spregevole, corrotto e impuro esattamente come il più miserabile degli intoccabili. Sappiamo anche che un intoccabile può essere puro di cuore se vive una vita dignitosa e fa uso della saggezza.

Il termine “brahmino” significa, in effetti, “puro”, “colui che si è purificato”. Il Buddha disse che indicava i puri di cuore. E’ una qualità mentale e le caste non sono pure in sé. Percepirle a quel modo e attribuirgli determinate qualità dipende interamente dalle nostre convinzioni. La purezza è una qualità mentale. I buddhisti non usano mai il termine “reincarnazione”. Noi usiamo la parola “rinascita”, e la rinascita è mentale, non fisica. Perciò, la compassione, la gentilezza e la moralità sono la via per rinascere in una condizione pura.

La rinascita nel momento presente

La rinascita potete osservarla direttamente; non avete bisogno di credere in una teoria che la riguardi. La rinascita avviene continuamente in ciò che fate. Poiché non c’è alcun sé, non vi è nulla che rinasca come essenza personale o come anima, che sopravviva da una vita all’altra. E’ il desiderio che rinasce, alla costante ricerca di qualcosa in cui assorbirsi o in cui trasformarsi.

Se siete infelici o depressi, cercate qualcosa in cui assorbirvi e da cui trarre sensazioni piacevoli, con cui, per lo meno, allontanarvi dalla situazione sgradevole che state vivendo. Quella è la rinascita. Quando siete spaventati o insicuri, cercate di fare qualcosa che vi liberi da quella sensazione, che vi dia sicurezza e fiducia. Quando vi annoiate, dovete fare qualcosa per vincere la noia.

Fate caso ai vostri gesti abituali. Per esempio, quando la sera tornate a casa, andate a prendervi qualcosa da mangiare in frigorifero. Assorbendovi nei piaceri del cibo, rinascete. Quando ne avete avuto abbastanza di quella nascita, vi siete concessi tre panini al prosciutto, quattro hamburger e due pizze, non potete sopportare l’idea di rinascere in un’altra pizza. Allora, cercate una nuova nascita nell’apparecchio televisivo, perché quando vi annoiate, volete rinascere da qualche altra parte. Quando nel film ci sono scene romantiche, vi sentite assorbiti dalla storia d’amore. Sentite la gioia di quel bacio. Quando lui l’abbandona per un’altra, provate dolore e dispiacere, rabbia e risentimento. Poi vi sentite sazi, tediati dalla televisione e leggete un libro. Ma riuscite a interessarvene solo per un po’, prima di sentirvi nuovamente annoiati; allora accendete lo stereo, con le casse piazzate in tutta la stanza, e vi stordite per un po’, ma ben presto ripiombate nella noia. Non reggete più l’idea di rinascere ancora e dite a voi stessi: “Vorrei non esistere”. Non lo pensate davvero, è solo un’abitudine. Andate in camera, crollate sul letto e vi annullate nel sonno.

C’è un’infinità di giocattoli nella nostra società. Li possiamo comprare, e assorbirci in essi, semplicemente spingendo un interruttore. Quando ci annoiamo, possiamo con molta rapidità assorbirci in qualcosa di più interessante. Ma nonostante le gratificazioni istantanee, tendiamo ad annoiarci di nuovo molto rapidamente. Più istantanea diventa la vita, più aumenta la noia. Quanta TV, quanto cibo, droghe, sesso e così via ci si può procurare senza stufarsi o annoiarsi? Quanto si può prendere prima di non voler più esistere, prima di volersi annullare? Ecco perché si è costretti ad assumere qualche droga che ci metta fuori combattimento. Questa è la rinascita di cui siamo testimoni. La rinascita è cercare di diventare qualcosa in questo stesso momento. Non siete contenti, non siete in pace con le cose così come sono. Volete che siano diverse; volete diventare qualcos’altro.

Per molte persone, il sonno è annullamento. Quando siete addormentati, non dovete essere alcunché. Non dovete compiere alcuno sforzo. Passare il tempo a rinascere diventa una noia, perciò avete voglia di non esistere più. C’è il desiderio di non essere, di venire annullati e distrutti. Potete assumere chissacché droga che vi metta fuori combattimento per ore di fila. Ma non potete dormire sempre. Addormentarsi ha come conseguenza il doversi risvegliare, il che significa tornare nuovamente a cercare di diventare qualcosa. Per forza d’abitudine, vi cercherete qualcosa da fare.

La rinascita che deriva dal desiderio

Proviamo tre generi di desiderio: kāma tanhā, il desiderio per i piaceri dei sensi o per l’esperienza sensoriale; bhava tanhā, il desiderio di trasformazione; e vibhava tanhā, il desiderio di annullamento. Queste tre forme di desiderio sono la causa della rinascita. Di fatto, è il desiderio a rinascere. Negli esseri distratti, coloro che non sono svegli, che non comprendono la verità, che non sono attenti, il processo della rinascita continua all’infinito. Continua nel mondo dei sensi, nei regni dei piaceri sensoriali o intellettuali.

Possiamo osservare il processo della rinascita della nostra stessa mente. Che cos’è che passa dal frigorifero all’apparecchio televisivo? E’ una persona? E’ ciò che è l’anima, la vostra vera essenza, destinata a essere portata avanti per l’eternità? Oppure il desiderio? Non è per caso un vagare senza scopo, la solita ricerca di qualcosa da fare, di qualcosa in cui assorbirsi?

Potete osservare il desiderio nella vostra mente. Quando siete spaventati, potete osservarvi alla ricerca di una sicurezza. Quando non sapete cosa fare, potete avvertire l’impeto del desiderio alla ricerca di qualcosa per cui avete già provato interesse. Cominciate a prendere in mano qualche oggetto, a girarvi i pollici… tanto per fare qualcosa. Siete costantemente in attività per forza d’abitudine, non vi pare? Passate la maggior parte del tempo senza sapere esattamente cosa state facendo; agite per abitudine.

Ci piace assorbirci in qualcosa di attraente ed eccitante. Per essere stimolati andiamo a vedere i film di guerra. Quando vediamo il titolo di un giornale che tratta di atrocità, violenza carnale o assassinio, pensiamo di dover leggere l’articolo. Sesso e violenza sono eccitanti. L’eccitazione è irresistibile; ha una vibrazione frenetica. E’ facile assorbirsi in qualcosa di eccitante perché l’eccitazione possiede un’energia sua propria. Le condizioni eccitanti che vi circondano vi infondono energia. Tuttavia, quando osservate l’eccitazione, vi rendete conto che vi tiene in uno stato di costante movimento. Un eccesso di avventure, storie d’amore ed eccitazione non fa che logorarvi perché ne siete completamente invischiati. Vi lasciate trascinare e non avete modo di resistere o di lasciar andare. Non possedete alcuna saggezza, vi lasciate solo trascinare da una rinascita all’altra. Le rinascite che scaturiscono dal desiderio sono quelle di cui potete essere testimoni meditando. Quando le osserverete, capirete cosa sia la rinascita.

Se comprendete la rinascita a livello quotidiano, vi renderete conto di come agisca al momento della morte. L’ultimo desiderio di una persona distratta e piena di desiderio sarà probabilmente quello di rinascere nuovamente, di trovare un’altra nascita umana, un grembo in cui introdursi. Questo è il desiderio; agisce come energia dell’universo.

Il desiderio della rinascita al momento della morte è il desiderio di rinascere di nuovo in forma umana. Possiamo venirne a conoscenza solo osservando il funzionamento della mente. Se foste in punto di morte e non voleste morire, qual è il pensiero spontaneo che con maggiore probabilità si formerebbe nella mente? Sarebbe il desiderio di aggrapparvi a qualche forma di vita. In punto di morte vi si presenterebbe una delle passioni che avete coltivato in vita, e il desiderio si rivolgerebbe a una qualche forma di materializzazione. La forza dell’abitudine si materializza sempre in qualche forma, non è così? Siete sempre alla ricerca di ciò che desiderate, che si tratti di un desiderio dei sensi, di un desiderio intellettuale o del desiderio di reprimere qualcosa che non vi piace.

Ma se quando morendo siete attenti, se non vi è alcuna bramosia di rinascita o di azione, che cosa dovrebbe rinascere? Se vi sentite in pace col processo di spegnimento del corpo, cosa può rinascere? Non essendovi desiderio, ci sono solo attenzione e saggezza. Allora vi è abbandono, resa e liberazione dalla pesantezza del corpo.

Le vite passate e future

Non sto trattando il kamma e la rinascita come argomenti di una religione esotica; li sto riportando a un livello pratico, in modo che possiate vedere come operano. In quanto esseri umani, dobbiamo imparare dalla nostra vita oggi stesso.

Non serve a nulla ipotizzare chi sarete nella prossima vita. Penso che sia una perdita di tempo, e il Buddha disse che è inutile cercare di capire che cosa eravate nella vita precedente. A volte mi domandano se ho avuto esperienze di vite passate. La risposta è no. Non so nulla delle vite precedenti, ma potrei formulare qualche ipotesi. Anche se ricordassi di essere stato Napoleone in una vita passata, che cosa ricorderei? Avrei comuni ricordi dell’epoca, ricorderei di essere stato un imperatore, responsabile di tanta infelicità.

In questa vita ho vissuto un buon numero di anni di cui ho conservato ricordo. Cinquant’anni fa ero un bambino che studiava in una scuola elementare a Seattle, negli Stati Uniti. Mi chiamavo Robert. A otto anni frequentavo una scuola chiamata John Mill Grade School e avevo un’insegnante, la signorina Depenbrock. Potrebbe non impressionare nessuno paragonato, che ne so, a un ricordo della campagna di Russia del 1812. Ma questo è quello che ricordo: di essere stato Robert Jackman di otto anni che frequentava una scuola a Seattle.

Potreste obiettare: “Cosa ha a che fare il Robert di otto anni con Napoleone?”. Ciò che li accomuna è il fatto che sono ricordi. Se io ricordassi davvero di essere stato Napoleone, poi ricordassi di essere stato Robert Jackman, entrambi sarebbero semplicemente ricordi. I due ricordi prenderebbero forma qui e ora. E questo è tutto quello che dovete sapere. Non ha alcuna importanza che siate stati Napoleone o Robert Jackman, Sidney o Rachel, o la regina di Saba. E’ vero che, per un motivo o per l’altro, essere Napoleone fa molta più impressione che non essere Robert, a meno che Robert non sia il nome dell’ultimissima rockstar. Vi basti sapere che i ricordi sono ricordi. Emergono da un passato di trenta anni fa, venti anni fa, dieci anni fa, ieri. Sono tutti ricordi che emergono dalle vite passate. I ricordi sorgono e scompaiono e non sono il sé.

Ci si chiede anche: “Cosa mi accadrà in futuro quando morirò?”. Potreste dire: “Ho compiuto un gesto terribile nella mia vita. Cosa mi accadrà nella prossima? Andrò all’inferno? Rinascerò come rospo? ” Potete formulare ipotesi in proposito, ma la conseguenza di una cattiva azione compiuta in passato è la paura che provate nel presente; siete spaventati adesso. Il futuro sarà sempre sconosciuto, incerto e misterioso. Potete proiettare qualsiasi cosa del passato nel futuro; di fatto, lo facciamo continuamente. Riempiamo il vuoto del futuro con ogni genere di idee, paure e fantasie; ma è sempre nel presente che facciamo questo genere di proiezioni.

Nella meditazione, vediamo i ricordi del passato semplicemente come ricordi e le paure del futuro semplicemente come proiezioni. E’ nel momento presente che dobbiamo agire con attenzione e saggezza. La meditazione ci dà la verità al di là del dubbio e ci rende responsabili di come viviamo; non perché temiamo che qualcuno ci sculacci se non ci comportiamo secondo la morale, ma perché è la cosa giusta da fare. Comprendendo la legge del kamma e della rinascita abbiamo un’idea più precisa di come vivere e facciamo buon uso delle condizioni della mente e del corpo. La perfezione del kamma umano è l’illuminazione: null’altro, cioè, che crescere e diventare un essere umano maturo.

° ° °

Domanda: Se non ci sono né il sé né l’anima, secondo la prospettiva buddhista, chi o cosa rinasce? Chi o cosa gode i frutti delle buone e delle cattive azioni?

Risposta: Ecco, vedete, fondamentalmente non c’è nessuno che rinasca e nessuno che goda dei frutti. Ciò che rinasce sono i desideri che replicano se stessi. I desideri scaturiscono dall’ignoranza e danno l’impressione che qualcuno abbia problemi, qualcuno sia infelice o depresso. I desideri danno l’impressione che la vita debba essere diversa da quello che è. Il processo della rinascita non appartiene a nessuno; è solo un processo di condizioni causali.

Con l’attenzione, vi renderete conto che i frutti della nascita e delle azioni passate si producono in quel modo. Se conservate l’attenzione su questo fatto, non date nascita a nessuno che rinasca. Non create l’illusione che qualcuno riceva qualcosa, diventi qualcosa o venga punito per qualcosa. Semplicemente, il momento presente è il risultato di azioni passate. Se sappiamo, non soffriamo per le condizioni presenti che stiamo sperimentando. E’ molto difficile da capire dal punto di vista personale, perciò il buddhismo spicciolo insegna semplicemente: se fai il bene, ricevi il bene; se fai il male, ricevi il male; perciò dovresti comportarti bene, non male. E’ un modo di parlare convenzionale.

Quando si continua a praticare, la comprensione del dhamma aumenta e si è più consapevoli della vera natura delle cose. Allora, l’idea di ricevere il bene o ricevere il male non ha più senso. A quel livello, non è più questione di comportarsi bene o male. Si agisce in base alle opportunità di fare del bene, ma la motivazione non parte dall’idea che qualcuno ne ricavi alcunché. Non c’è più alcuna inclinazione a compiere cattive azioni, perché il male ha il potere di attrarre solo quando sussiste l’illusione fondamentale del sé. Quando si rinuncia a tale autoillusione, non ci sono più problemi. Rimane solo il fatto di compiere buone azioni, ma si agisce in tal modo solo perché è giusto, non per ottenere guadagni o benefici personali.

D.: Mi stai dicendo che la bontà, per un saggio, è un fatto naturale? Che non c’è la sensazione di dover fare il bene; che è solo una risposta naturale alle situazioni?

R.: Sì, è una risposta naturale che contrasta con l’impulsività derivata dall’ignoranza. Senza la saggezza, abbiamo impulsi a cui decidiamo di dar corso o reprimere. Con la saggezza, esiste una risposta spontanea alla vita a partire dalla mente pura universale, e non dall’idea che si debba fare il bene perché, se si compie il male, si viene puniti.

22
nov

Calma e pace nella pratica informale

   Posted by: hamsah   in Insegnamenti dei Maestri

shakyamuni

del venerabile Ajahn Sucitto

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Roberto Masiani

DISCORSO TENUTO IL 6 APRILE 1997 A CIVITACASTELLANA. (Sati, 1998, n. 1)

Una questione importante è come sostenere la pratica nelle circostanze ordinarie della vita. Si tratta di una sfida che, nel contempo, ci aiuta a consolidare il giusto atteggiamento verso la meditazione e il Dhamma.

È facile dire che la vita ordinaria, con cose da fare, posti dove andare e rapidi stimoli sensoriali, è molto difficile, quasi di ostacolo per la meditazione. Ma forse dobbiamo chiederci se non siano le nostre opinioni sulla meditazione a determinare un conflitto con la realtà della vita quotidiana. Come utilizziamo concetti quali calma, tranquillità, trascendenza? Credo sia importante chiederci se per caso non usiamo questi concetti per creare un mondo separato dove rifugiarci, per non essere infastiditi da cose spiacevoli. È un problema che ha molto a che vedere con le idee che ci facciamo sulla pratica. Se prendiamo, ad esempio, il concetto di infinito, ce lo raffiguriamo sempre come qualcosa di molto, molto vasto. Così, se parliamo di ‘cuore illimitato’ pensiamo che debba essere molto, molto, molto grande. Ma non è in tal senso che il Buddha usava questi termini, non si tratta di realtà metafisiche, assolute. Indicano l’esperienza concreta della negazione dei nostri limiti. Infinito significa letteralmente che non si può misurare e illimitato significa che non ci sono limiti, frontiere. Infinito, quindi, non significa né piccolo né grande, significa non misurabile. Notate quanto spesso ci troviamo intenti a misurare in termini di “quanto sono calmo” o “quanto sono felice”, “quanto sto soffrendo”, “quanto sono in pace”, “potrei stare meglio di così”, “non dovrebbe essere così”, “potrebbe andare diversamente”. Sono tutte misurazioni secondo limiti che noi fissiamo. È proprio così, questo proiettare la perfezione e confrontare è un’attività della mente. La pratica buddhista è diretta a fermare questa attività.

È molto semplice: quando si interrompe questa attività, non ci sono più problemi. Sapete bene che è semplice, ma molto difficile! L’abitudine è così forte… Ecco perché il Buddha ha insegnato ‘la fine della sofferenza’: è un modo molto abile di descrivere l’obiettivo, invece di descriverlo come ‘la realizzazione della perfezione’ che sarebbe un disastro. Questa è la via che dobbiamo continuamente sperimentare. Dobbiamo essere pronti a vedere le nostre idee sulla pratica messe alla prova dall’esperienza della realtà quotidiana, con il suo karma, i suoi schemi, le sue abitudini. Rispetto al flusso degli eventi e dell’esperienza, dove nasce il conflitto e di che genere è? Solo così possiamo riconoscere – praticando la vipassana – come dukkha, il senso di insoddisfazione, dipenda dall’ignoranza e dal non vedere le cose chiaramente. Il risultato più ovvio di non vedere le cose chiaramente è sentirsi “sono questo”, “sono così”, “voglio essere così”, “non sono così”, il misurarsi, immaginarsi, giudicarsi. Portiamo questo atteggiamento in ogni cosa che facciamo, anche nella meditazione. Se c’è un atteggiamento di squilibrio, una posizione dualistica, di divisione, qualsiasi cosa ne derivi, per quanto si raggiungano stati sublimi di meditazione, condurrà sempre a quel senso di divisione e quindi di squilibrio.

Nell’insegnamento si parla di ‘origine interdipendente’. Possiamo vedere che dukkha dipende dall’ignoranza e al tempo stesso l’ignoranza dipende da dukkha. Se notiamo di sperimentare conflitto, sofferenza, insoddisfazione, laddove la reazione abituale o la condizione di fondo è un senso di “io sono”, “io non dovrei”, “io non voglio essere”, “perché sta succedendo proprio a me?”, questo senso di “io sono” è la cosa su cui focalizzare la nostra pratica di Dhamma. Lo sforzo per sostenere un’immagine rassicurante di sé è particolarmente accentuato nelle relazioni sociali e familiari. Ci possiamo rendere conto che in ogni contesto di vita, quando formuliamo ripetutamente pensieri quali: “io sono questo”, “non sono quest’altro”, “dovrei essere così”, “non voglio essere questo”, stabiliamo nei rapporti con gli altri un atteggiamento di difesa, conflitto o manipolazione. Ma se possiamo lasciare andare, se possiamo essere flessibili, fluidi, allora questa condizione personale di insoddisfazione può essere abbandonata. Il che significa che non la alimentiamo: non significa che non debba più esserci o ripresentarsi, dato che viviamo in una realtà potentemente condizionata dall’ignoranza e dal desiderio. Questo vuol dire che, comunque, abbiamo l’opportunità di osservare: questo è dukkha e ha una certa origine, questa è la sua cessazione, quello è il sentiero, la quarta nobile verità, il sentiero per uscire da dukkha che deriva dall’osservare effettivamente queste altre tre verità nello specifico contesto delle nostre relazioni con il mondo.

Nella nostra vita quotidiana, piuttosto che soffermarci su come dovremmo essere o cosa dovremmo avere, secondo una concezione statica della nostra identità, è più importante soffermarci su come agire. Così, invece di saltare da uno stato d’animo a un altro, cercando di trattenerlo per poi cambiare ancora, entriamo in una modalità di esperienza molto più dinamica. Per ciascuno di noi ogni giorno, in termini di stati d’animo, è una sequenza di ‘vittorie’ e ‘sconfitte’: passiamo continuamente da uno stato d’animo in cui ci sentiamo più o meno soddisfatti e vincenti a una condizione di delusione e abbattimento, per poi esaltarci nuovamente. Così generalmente va il mondo, ma se non ci ostiniamo a vedere le cose in questo modo abbiamo una possibilità, ed è questa in effetti la trascendenza. Così, per esempio, quando ci sentiamo disprezzati, non è necessario prendercela con qualcuno o difenderci, ma rimaniamo in contatto con l’emozione che proviamo. Quando vediamo che gli altri ci apprezzano, sentiamo pienamente ciò che sta succedendo. Possiamo vedere quali proiezioni della nostra personalità ruotino attorno a queste esperienze e come, una volta costruita una certa immagine di noi stessi, sorga un intero mondo per confermarla.

Durante un ritiro, potremmo pensare: “Ora il mio cuore è veramente aperto. Mi sento luminoso, gli uccelli cantano ed è una giornata di sole. Come è piacevole il mondo, com’è bello vivere nel sentiero del Dhamma e praticare profondamente! Ora mi sento proprio parte del sangha come tutti i discepoli del Buddha che sono qui. La vera natura umana tende alla perfezione, alla purezza; tutti si sforzano e prima o poi troveranno la loro via per l’illuminazione”. Poi arriviamo in città e qualcuno viene a sbattere contro la nostra macchina, che si rompe. Ci arrabbiamo e quello se ne va senza aiutarci. Corriamo a cercare un telefono per chiamare un’officina e farci aiutare, ma il meccanico dice: “Oggi non lavoro, è il mio giorno di riposo”. Ritorniamo di corsa alla macchina e troviamo che ci hanno rubato la borsa. Allora pensiamo: “Perché succedono sempre a me queste cose?”. E poi ci compiangiamo e ci sentiamo vittime delle circostanze avverse. In quel momento ci ritornano in mente tutte le sventure che ci sono capitate nella vita e pensiamo a quanto il mondo sia sempre stato crudele con noi.

Vedete come si può cambiare in fretta da un minuto all’altro. In effetti, ci identifichiamo rapidamente con le percezioni, e queste sono percezioni. Ma ci possiamo attaccare anche a particolari stati d’animo, come quelli più delicati, di maggior pace o maggior calma. Se proviamo uno stato particolare che pensiamo essere il migliore vorremmo essere sempre così e cerchiamo di trattenerlo, mentre uno stato di maggior agitazione, minore chiarezza, ci sembra da evitare.

Se con la pratica vogliamo cercare di approfondire questi temi della calma e della chiarezza interiore, allora è importante riconoscere e osservare cosa sia realmente la calma, come si sviluppa, come si sostiene, quali sono i suoi benefici, come effettivamente si deve applicare. A ben vedere la calma consiste nel possedere una struttura mentale particolarmente stabile. Questa struttura viene da sforzo, elasticità, fiducia e attenzione, non è una cosa fissa, permanente, rigida, non è qualcosa di cui ti puoi appropriare e aspettarti che resti lì, è qualcosa che viene determinato momento per momento dal concorso di questi fattori. Quando è intensa, la calma può far sorgere una sensazione particolare, un particolare stato d’animo, ci può essere una sensazione di sottile piacere, uno stato delicato e soffuso. Esagerando un po’ possiamo dire che si tratta di effetti collaterali, anche se non è proprio così. La caratteristica principale è un senso di stabilità non rigido: questo particolare aspetto della calma è ciò che più ci aiuta nella comprensione, nella saggezza e nella liberazione. La dolcezza e la piacevolezza della calma è come un balsamo per massaggi. È come mettere un unguento su qualcosa di rigido per ammorbidirlo un po’, così la mente comincia a rilassarsi. Sarebbe contraddittorio se dopo esservi rilassati vi aggrappaste con forza alla boccetta di unguento. Stringete questo unguento nelle vostre mani e cercate di spremerlo su ogni cosa, poi vi meravigliate che le mani non si stiano rilassando. Lo state usando nel modo sbagliato, lo state usando come un oggetto al quale attaccarsi, non come qualcosa che ci può aiutare a muoverci verso il non-attaccamento. Un altro esempio, forse più facile: quando ci inchiniamo di fronte all’immagine del Buddha, lo facciamo per alimentare un senso di affidamento, di fede e apertura, un modo di donare noi stessi. Sarebbe sbagliato aggrapparsi tutto il tempo alla statua del Buddha dicendo: “Tu sei il mio Buddha, potresti farmi un favore?”. Non credo che nessuno qui si comporti in questo modo, ma possiamo avere lo stesso genere di reazione verso la calma e verso la meditazione. In altre parole, esse diventano un oggetto rituale per sostenere il nostro senso di sé, per creare un confine. Se effettivamente le usi nel modo sbagliato non ottieni l’illimitato, ma un limite, un senso di sé molto forte e limitato. Ciò che deve essere coltivato continuamente è la stabilità che la calma aiuta a realizzare. Questo non attaccamento, questo senso di obiettività, è una capacità della mente molto fragile e mutevole. Con questa particolare capacità siamo in grado di comprendere il mondo in un modo benefico, qualsiasi cosa stia accadendo.

Il Buddha ha insegnato che esistono cinque khandha, cinque aggregati. Attraverso di essi si comprende il mondo, e per mondo si intende l’intero reame dell’esperienza. Il primo è la forma, ogni cosa con la quale veniamo in contatto, è l’impressione del contatto. Se per esempio vediamo qualcosa con gli occhi, la coscienza visiva entra in contatto con qualcosa, lo colpisce e non va oltre. Oppure, quando tocchiamo un oggetto o udiamo un suono, ogniqualvolta la coscienza sensitiva è aperta e colpisce qualcosa oppure ne è colpita, ciò che colpisce è la forma. Dobbiamo tenerlo in mente perché è la base dell’attenzione. Non si tratta tanto di cos’è, quanto piuttosto di cosa non è. Invece di tutto quel raffrontare e giudicare, delle proiezioni e delle aspettative, ci fermiamo alla forma, possiamo renderci conto che è una forma. Così, per esempio, questo è un corpo oppure, più semplicemente, questo è soltanto l’elemento ‘terra’, è qualcosa che occupa un certo spazio, ha una certa consistenza. Se qualcosa appare come forma deve essere stato modellato e deve essere modellabile. Quindi potete verificare che per legge di natura tutto ciò che è stato modellato è soggetto a cambiare, a scomparire, a rompersi, a diventare un’altra forma. Se guardate la vostra macchina è già un rottame. Quando sarà diventata un rottame non sorprendetevi. Lo stesso vale naturalmente per il nostro corpo, per il corpo degli altri, per tutte le cose che possiamo vedere. Non le vediamo brutte, ma vediamo che se in questo preciso momento sono così un giorno dovranno essere diverse e osserviamo la nostra sensazione rispetto a questo. Le consideriamo decadenti, brutte, rotte o spiacevoli perché abbiamo l’idea che un certo stato sia piacevole, attraente, bello nel modo in cui dovrebbe essere. A causa di questa visione errata, quando cambia diciamo che è rotto, brutto, decadente e non ci piace più.

Poi abbiamo le sensazioni che possono essere piacevoli, spiacevoli o neutre. Anch’esse sono mutevoli. Ad esempio, mangiando una cosa lo stesso contatto sensoriale può dare sensazioni mutevoli. Se qualcuno accarezza la tua mano, la prima volta può essere molto piacevole ed esclamiamo: “Che bella sensazione, fallo ancora… ohoo, molto bello!”. La terza volta: “Oh, molto bene, grazie, grazie, grazie”. Dopo un’ora e mezza: “Ma insomma, lasciami stare!”.

Le percezioni sono più complesse. Spesso percepiamo qualcosa e la mente riconosce a modo suo, interpreta secondo un’etichetta che le attribuisce. Hai qualcosa da mangiare, forse del pesce o qualcosa del genere. Può darsi che lo tagli e sembri molto duro: “Non è molto buono”, ma se fosse una bistecca ti sembrerebbe a posto. Quando mangi il pesce sa di cipolla, ti sembra cattivo, oppure mangi una cipolla e sa di fragola o bevi un caffè e sa di mora, senti che qualcosa non va, c’è qualcosa di cattivo.

In questi termini è abbastanza semplice, ma abbiamo serie di percezioni molto complesse sulle persone, secondo quello che ci aspettiamo dal loro comportamento, come interpretiamo i loro gesti, come misuriamo le loro parole di nuovo secondo il nostro modo di pensare o di parlare. Così ci offendiamo o siamo contrariati con estrema facilità, o ci sembra che qualcuno sia freddo con noi o viceversa troppo affettuoso o cose del genere. Se praticate, allora, potete riconoscere che “questa è una percezione”, “questa è una sensazione”. Nella mente ci può essere una sensazione di tristezza o paura o confusione che noi non neghiamo, bensì riconosciamo e sappiamo che dipende da quella particolare percezione che quella persona ci ricorda. Può capitare che una certa attività ci faccia sentire sciocchi. La percezione di essere in una situazione in cui ci sentiamo inetti ci rimbalza addosso e pensiamo di esserlo. Se però osservate “questa è una percezione, questa è una sensazione e dipende da circostanze e condizioni”, allora vi potete rendere conto che niente di tutto ciò è permanente, stabile, soddisfacente, niente corrisponde all’essenza del vostro essere o di come dovreste o non dovreste essere.

La preoccupazione di trovare situazioni in cui avere sensazioni e percezioni piacevoli è solo fonte di confusione perché, nella speranza di trovare sollievo, ci spinge ad aggrapparci a certe cose a spese di qualcun altro oppure a manipolare le situazioni in modo che favoriscano me ed escludano gli altri. Se osserviamo più da vicino quel che accade scopriamo che possiamo rilassarci cominciando semplicemente ad accettare quel che accade, prestando attenzione alla sua causa più profonda, quella sensazione di “ciò che io sono” considerandola ora soltanto come un oggetto di pratica. Piuttosto che desiderare di non avere un senso di “io sono”, riconosciamo che il senso di “io sono” è una cosa mutevole, è soltanto una attività della mente. Questa attività fa parte del quarto khandha, il sankhara, le formazioni mentali e i tentativi di creare un senso di sé. Sono riflessi condizionati. Ad esempio, quando uno è arrabbiato e si vuole difendere, questo è sankhara. Oppure si sente in colpa e si vuole punire perché non riesce ad accettare il fatto o la sensazione di aver sbagliato. La sensazione di aver sbagliato nasce dalle aspettative. Il regno del sankhara diventa così molto complesso, ma è soltanto qualcosa di cui dobbiamo prenderci cura riconoscendolo per quello che è, semplicemente un’attività della mente provocata da certi fattori. Naturalmente il risultato finale di felicità o compiacimento o colpa o paura è qualcosa di cui dobbiamo essere testimoni, ma la cosa importante è notare che non sono cose permanenti. Non è necessario cercare di liberarsi di queste cose, non certo in quel momento, dobbiamo semplicemente rilassare l’attività che le determina, che continua a produrre quei particolari stati mentali.

La coscienza è il quinto gruppo di khandha. La coscienza è come una esperienza totale di presenza; la presenza è coscienza, si tratta solo di riconoscerla. Tutte le esperienze dei sensi e della psiche che accadono, esistono nel regno della coscienza. È un po’ come ricordare. Se ricordi qualcosa molto intensamente, l’ampio reame della coscienza si apre. Nel ricordo ci sono gli umori, le emozioni, le immagini, le persone che appartengono a quel ricordo, tutto è presente, ma se sposti l’attenzione su qualcos’altro, scompare. In questo modo potete verificare che la coscienza dipende da una certa attività che consiste nel posizionare l’attenzione. Potete rendervi conto che spesso questo lavora contro di noi. Quando la mente viene catturata da una particolare idea o percezione, o da una determinata visione della realtà, possiamo esserne succubi. Ma la coscienza può essere guidata. Lo scopo della meditazione è comprendere questo. Perciò impariamo o almeno cerchiamo di imparare a portare la nostra attenzione sul respiro oppure su di un atteggiamento di gentilezza. Sono estremamente importanti la calma e l’intuizione che vengono dalla meditazione e ci indicano la direzione in cui portare la nostra coscienza. Quando calma e intuizione vengono insieme possiamo essere testimoni di qualsiasi esperienza come qualcosa di mutevole che non ci appartiene. Si tratta di ricordarselo, di continuare a vedere le cose in questo modo, non è qualcosa di cui ci si può impossessare nel tentativo di appiccicarlo come un etichetta su tutto quel che capita. Sarebbe come usare l’unguento nel modo sbagliato. È un tema di realizzazione, devi interrogarti su come usi questi temi, è qualcosa a cui devi arrivare con l’intelligenza, l’indagine, la focalizzazione, l’attenzione, la stabilizzazione interiore. “È mia questa emozione? È permanente questa sensazione? Questa idea di ciò che io sono è qualcosa di stabile destinata a durare? Questo stato d’animo in cui mi trovo è veramente me? Questo senso di piacere è qualcosa che posso avere per sempre?”. Dobbiamo investigare in questo modo per stabilizzarci e ottenere più calma, non è la calma di un particolare stato di coscienza, è una calma che ci aiuta a dirigere la coscienza verso la saggezza. Ci dirige verso la saggezza e la liberazione semplicemente perché è da lì che viene, non può fare niente altro. Non è necessario forzarla, crederci, trattenerla, è sufficiente portarla nella mente e lasciare che vi dica quello che ha da dirvi. Nelle nostre vite cerchiamo di stabilizzare, di sostenere questo modo di praticare. Quindi dobbiamo avere tempo durante il giorno per fare qualcosa che ci rigeneri, per ristabilire la fede, la fiducia, ricordare a cosa appartiene il Dhamma, da dove viene, e anche per renderci conto delle abitudini, di quanto siano profondamente radicate, di cosa ci può aiutare ad abbandonare alcune di queste abitudini.

Un maggior senso di pace e armonia non può esserci fornito da qualcosa di esterno. Quello che otteniamo è il risultato immediato delle nostre azioni, del nostro modo di reagire alle situazioni. Perciò restando in pace con noi stessi e con ogni altra cosa, che sia qui, lì, piccola, grande, passata, futura, ogni cosa che faremo dovrà avere quel risultato. Questo è il mio pensiero.

macrolibrarsi un circuito per lettori senza limiti

Translate