Hamsa

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Federico Petrangeli
Tratto da “Forest Sangha Newsletter”, luglio 1988, n. 5.

Quando cerchiamo di capire come vivere la nostra vita, dovremmo anche considerare che il modo in cui viviamo in un certo luogo produce un effetto sulla nostra mente. E’ così anche per la stanza di un monaco: se la consideriamo solo come un posto dove dormire, allora è soltanto quello. Ma se invece la abitiamo come luogo di consapevolezza, allora costruiamo qualcosa che sostiene e incoraggia la nostra pratica.

Cosi iniziamo a vedere che il modo in cui pensiamo, e le cose che facciamo, influenzano lo spazio intorno a noi, sia nel bene che nel male. Sarebbe una prospettiva limitata pensare che siamo delle creature isolate, che non hanno relazioni di interdipendenza, che non sono condizionate o influenzate da niente, che a loro volta non condizionano o influenzano niente. Questa sarebbe una visione totalmente alienante. Possiamo invece vedere come le società in cui vivono maestri spirituali o persone di grande santità hanno una qualità che manca in paesi in cui non vi sia incoraggiamento o interesse nei confronti della vita spirituale. Molti di voi sono stati in India, e hanno potuto vedere che, nonostante l’enorme povertà e il gran numero di spettacoli tristi che si trovano davanti agli occhi, una cosa che impressiona sempre è come laggiù la vita spirituale sia tenuta in grande considerazione. Per questo l’India ha una sua particolare qualità. Nonostante la grande povertà e la corruzione, io personalmente preferirei vivere in India, piuttosto che in un paese dove le religioni fossero vietate, anche se fosse un paese ben organizzato, pulito ed efficiente. Io penso che ciò che si apprezza veramente è ciò che eleva la spirito, ciò che favorisce l’inclinazione verso il campo spirituale. Così, elevandosi oltre la dimensione istintuale della pura sopravvivenza, si può trovare un forte anelito verso una dimensione superiore. Così possiamo raggiungere la luce, o il sole, simboli dell’illuminazione, e uscire dall’oscurità informe, dal terrore senza nome, elevarci dall’inferno al paradiso, aspirando a superare il male e a dirigersi verso il bene. Così decidiamo di sviluppare una vita virtuosa. Così eleviamo lo spirito.

Nell’Ovada Patimokkha il Buddha dice “Fà il bene, astieniti dal fare il male, purifica la mente”. Fare il bene è la prima cosa, non è forse ciò che eleva? Nelle nostre vite, c’è la parte attiva: la retta parola, la retta azione e il retto modo di vita. Perfezionare questi tre aspetti, la parte etica del cammino, consente sempre un’elevazione spirituale. Non si cade in basso verso il bene, ci si innalza verso il bene. Dall’altro lato c’è invece l’inerzia, il non voler essere disturbati, lo scetticismo, il cinismo, la pigrizia, il dubbio e la disperazione, e tutto questo ci spinge verso il basso. E la via d’uscita non è rifiutare questi sentimenti, che spingono verso il basso, o semplicemente lottare contro di essi, ma piuttosto comprendere il processo che consente di elevarsi spiritualmente.

Ora, se contemplate l’immagine del Buddha che è nel monastero, vedrete che essa è effettivamente un simbolo dell’elevazione. E’ l’immagine di un essere umano che ha una posizione eretta, che tiene gli occhi aperti. I suoi occhi sono aperti ma non stanno fissando niente in particolare, non cercano niente, non stanno cercando qualcosa da guardare, però sono aperti. Così da usare l’energia che può essere generata nel corpo per tirarlo su, in una postura corretta. In Thailandia per dire “impazzire” si dice “pensare troppo”. E quando guardate a simboli dell’uomo moderno come “Il Pensatore” di Rodin, che siede con la testa tra le mani, con uno sguardo profondamente depresso, vedrete che quell’uomo sta pensando troppo.

Quando pensiamo troppo possiamo impazzire, possiamo deprimerci, oppure possiamo finire in un vortice senza controllo di pensieri, che ci butta giù. Possiamo anche sentirci euforici per un po’, ma finisce sempre che veniamo spinti in basso, perché questa è la vera natura del pensiero: se pensi troppo non puoi più fare niente, se vuoi fare davvero una cosa devi smettere di pensarci. “Dovrei lavare i piatti? O piuttosto non dovrei? Mi piace farlo? Sono veramente io a lavare i piatti? Sono solo gli uomini che dovrebbero lavare i piatti, oppure sono soltanto le donne, oppure dovrebbero essere sia gli uomini che le donne?”. E tutto mentre si rimane seduti… Mentre se ci prendiamo il compito, e cambiamo prospettiva, possiamo vedere la stessa cosa in un modo ben diverso: “Che onore poter lavare i piatti! Mi stanno facendo un grande onore chiedendomi di lavare i piatti!” Immergere le mani nell’acqua insaponata, avere le dita a contatto con porcellana fine: sono tutte sensazioni piacevoli, non è vero? Così se iniziamo a guardare al lato positivo, non ci deprimiamo di dover lavare i piatti o di dover passare la vita con le stesse vecchie e noiose reazioni, magari perché nostra madre ci costringeva a lavare i piatti. Sono queste cose che ci rimangono attaccate addosso, proprio queste piccole cose. Lo si può vedere anche con gli uomini, nel modo in cui reagiscono alle donne: “Nessuna donna deve dirmi cosa fare! Nessuna donna mi può comandare!”. E’ questo il tipo di reazioni maschili che si sviluppa nel ribellarsi alla propria madre. E le donne nei confronti degli uomini, non è forse la stessa cosa? Ribellandosi contro il proprio padre: “sciovinismo maschile, cercano solo di dominarci e di tiranneggiarci, grrr!” Tutto questo perché qualche volta le donne non riescono a superare la fase di ribellione nei confronti del padre. A volte ci portiamo dietro queste cose per tutta la vita, senza mai accorgerci di quello che facciamo. Nelle nostre riflessioni sul Dhamma cominciamo a liberare la nostra mente da queste reazioni, inadeguate e immature, nei confronti della vita. Troviamo in questo “risvegliarci” alla vita un senso di maturità, un desiderio di partecipare ad essa, di rispettare le persone che sono in una posizione di autorità, piuttosto che ribellarci o resistere a causa delle nostre abitudini immature. Quando siamo maturi, allora comprendiamo il Dhamma, possiamo vivere nel mondo in armonia, in un modo che sia di beneficio e di servizio per la società in cui viviamo.

Mi ricordo il mio primo anno di permanenza al Wat Pah Pong, a Ubon Ratchathani, in Thailandia, con Ajahn Chah. All’inizio il monastero mi piaceva, ma poi diventai molto più critico. Continuavo a resistere. Continuavo a tenere gli occhi aperti per vedere se fosse veramente un bel posto. Così quando la gente cercava di convincermi di come fosse un monastero meraviglioso, io rimanevo molto scettico. Molti spesso mi chiedevano: “Non ami Luong Por?”, e io pensavo “No, in effetti non provo nulla”. L’idea di provare dei sentimenti per Luong Por, in quel periodo, non mi sfiorava nemmeno. E tutti insistevano su come fosse davvero un monastero molto buono, e quando provavano a dirmi quanto una certa cosa fosse buona, la mia reazione era diffidente, e iniziavo subito a cercare qualcosa che non andasse. E’ una reazione immatura, non è vero? Potevo vedere che quando qualcuno cercava di convincermi di qualcosa o di convertirmi a qualche idea, la mia era un’attitudine ostinata, del tipo: “Non voglio farlo, non mi interessa se è la cosa migliore, non voglio credere in questa cosa, perché non voglio che tu abbia ragione”.

Anche se di monachesimo buddhista in realtà non sapevo molto, avevo comunque idee molto precise su quello che i monaci avrebbero dovuto fare. E così ero molto sicuro di quello che non approvavo. Ma poi, vivendo li nel monastero, ho iniziato a vedere come la mia fosse un’attitudine dogmatica e presuntuosa. Così ho iniziato a lasciar andare quest’atteggiamento, e ho capito che si era creato un forte sentimento di affetto nei confronti di Luong Por Chah! Questo affetto veniva da un sentimento di profondo rispetto e di profonda fiducia. Cosi vediamo che il cuore umano in se stesso è un cuore di calore e di amore, e può portare gioia e bellezza in ogni situazione. E quando il cuore è pieno di amore e di gioia, ciò produce effetti non solo sul proprio stato mentale di felicità, ma anche sulle persone che ci sono intorno e nel contesto sociale in cui viviamo. Quando per la prima volta andai a Ubon, pensavo che non sarei rimasto molto a lungo. Ma poi ho finito per rimanerci per quasi dieci anni. E ancora oggi penso a Ubon come a un posto dove mi piacerebbe andare a vivere. Non perché sia un posto bellissimo, perché in effetti non è particolarmente bello, ma perché ho iniziato veramente ad apprezzarlo e ad apprezzare ciò che lì ho ricevuto: il sostegno, l’insegnamento, e la possibilità di condurre una vita spirituale. Così so perfettamente che la mia mente guarda a Ubon Rathcathani come ad un posto santo.

Possiamo vederlo in Inghilterra, ora che anche qui ci sono persone che seguono la vita monastica. Non è più l’Inghilterra dell’epoca coloniale, vediamo un aspetto molto diverso, abbiamo avuto esperienza di qualcosa, in questo paese, che nella nostra mente si collega col vivere in Inghilterra. Siamo piacevolmente sorpresi dal fatto che si possa vivere la vita monastica, grazia al sostegno e alla tolleranza che ci viene riservata, e tutto ciò è di grande giovamento per lo spirito. Prima di venire in Gran Bretagna, avevo deciso che sarei venuto a vivere qui solo se avessi sentito di poter offrire a questo paese qualcosa di un qualche valore. Non mi muoveva certo l’idea di venire in Inghilterra a convertire la gente al buddhismo. Pensavo che l’idea stessa della conversione fosse sgradevole. Ma l’idea di venire in Inghilterra per cercare di offrire qualcosa di bello, un insegnamento che avrebbe potuto essere d’aiuto per qualcuno, era una cosa che sentivo di poter fare. E così nella mia mente è rimasto l’atteggiamento di stare in Inghilterra per dare un contributo di amorevolezza, piuttosto che stare qui per creare divisioni o problemi a questo paese, oppure per ricevere qualche vantaggio. Questo deve essere il modo di guardare alla vostra vita qui, a ciò che fate, come monaci e come monache, in questo paese. Un modo di guardare a questo non più come a qualcosa di eccentrico o di anacronistico. A prima vista può non essere evidente che stiamo portando in questo paese qualcosa di bello e prezioso, perché ciò che portiamo è diverso da ciò a cui le persone sono abituate. Molte persone hanno il timore che veniamo qui per peggiorare le cose e avvelenare il paese. Ma guardando il nostro modo di vivere, nel modo giusto, con una giusta prospettiva, allora l’immagine cambia decisamente: non siamo più gente strana, arrivata qui per creare problemi, ma siamo invece persone degne di rispetto, meritevoli di ricevere sostentamento attraverso le offerte.

Nella società in cui viviamo, iniziamo a vedere che la sola presenza di buoni monaci e di buone monache, e l’esempio che offrono, spinge molti a garantire il loro sostentamento attraverso le offerte. E questo è motivo di speranza e di ispirazione per tante persone, non necessariamente per diventare monaci o monache, ma per vivere in maniera più consapevole, per aspirare a qualcosa di più elevato che non semplicemente integrarsi con il sistema. Per me galleggiare semplicemente nel sistema è un reame infernale. E’ un’idea così deprimente, di usare le propria vita solo per tenersi a galla nel modo più semplice possibile. Non fare niente, non offrire niente, non aspirare a niente, solo cavarsela. Invece possiamo guardare alla vita spirituale, all’opportunità che abbiamo qui, ad Amaravati e a Chithurst, di elevazione spirituale.

Con la nostra contemplazione dell’Origine Dipendente noi stiamo con il mondo, viviamo nel mondo, piuttosto che credere che questo sia il mondo reale. Siamo consapevoli di ciò e lo comprendiamo per come è, senza rimanere delusi a causa dei condizionamenti percettivi e culturali. La mente vuota è una mente ricettiva, perché nella via della consapevolezza non c’è bisogno di nominare o di definire niente, se non per ragioni puramente convenzionali. Così appena cominciamo a realizzare la cessazione del mondo, possiamo iniziare a smetterla di creare freneticamente nuovi mondi, che poi cesseranno. Non cerchiamo di creare alcunché, perché siamo contenti e in pace per il modo in cui le cose sono. Ora contempliamo questo, e prendiamo coscienza dell’attenzione e della consapevolezza che ci sono prima del sorgere delle opinioni, dei punti di vista, dei desideri e delle paure. Se stiamo facendo così per la ragione sbagliata, per desiderio, paura e ignoranza, allora ovviamente riceveremo soltanto disperazione. Sentiamo che comunque falliremo, e che la meditazione produrrà molta sofferenza. Anche quando raggiungiamo stati elevati di consapevolezza, infatti, non possiamo aggrapparci ad essi. Più cerchiamo di trasformare il mondo circostante e renderlo più raffinato, più ci sentiremo frustrati per la sua inadeguatezza, per la corruzione, la brutalità e la mediocrità. Lo possiamo vedere con le persone particolarmente raffinate, quanto per loro la vita sia difficile. Se abbiamo standard elevati e gusti molto raffinati, allora finiremo per soffrire anche per lo stile delle tende alle pareti.

Invece la mente vuota ha spazio per tutto: per le tende alle pareti, per le raffinate sottigliezze della bellezza come per le cose grossolane e di cattivo gusto. La mente vuota abbraccia tutto. Così non c’è quel bisogno di correre a provare tutto, di prendere e controllare ogni cosa, di scegliere senza tregua, di manipolare continuamente la realtà. Prendere e scegliere, controllare e manipolare è un modo davvero convulso di vivere. Ma quando invece si apprezza la mente vuota, la cessazione del mondo, allora la mente è ricettiva alla totalità del mondo. Si comincia semplicemente a vedere, a vedere le cose e niente più. Ora la mente è come quella di un bambino. Mi ricordo, da bambino, dove sono cresciuto, quando me ne andavo a camminare in campagna per campi deserti, dove crescevano dei bellissimi lillà selvaggi, e mi ricordo che questi fiori primaverili mi facevano sempre una grande impressione. Cose così sono delle vere e proprie scoperte, quando si è bambini, e ancora non si hanno preconcetti e punti di vista rigidi sulle cose. E allora si sta con le cose, semplicemente, per quello che sono. Poi, crescendo, si comincia a dimenticare tutto questo. Adesso quante persone dicono: “Oh, un altro grigio e freddo inverno inglese pieno di nebbia. Vorrei essere a Tahiti. Vorrei poter andare da qualche parte dove ci sia tanto sole e tanti colori”. Queste sono reazioni condizionate. Vediamo un campo fangoso, la nebbia, il cielo grigio e la mente va: “Non mi piace, voglio vedere qualcosa di diverso, voglio vedere il sole e milioni di fiori primaverili e banane e noci di cocco, manghi e cieli azzurri”. E così, mentre gli occhi sono concentrati sul terreno fangoso, in realtà non lo stiamo più vedendo, c’è soltanto un rifiuto totale della situazione in cui ci troviamo. Così quando parliamo di meditazione, e la gente ci accusa di voler fuggire dalla realtà, possiamo rilanciare e dire: “Dov’è il mondo reale? Cos’è il mondo, cos’è reale?”. Perché quello che per molte persone è reale, non ha in sé nessuna realtà. E’ solo una percezione illusoria, basata sul pregiudizio, sulle proprie preferenze e sulla memoria del passato.

Questo tipo di mente è una mente condizionata a reagire in termini di disperazione e di depressione. Il mondo cui si è attaccati e in cui si crede non è mai soddisfacente, non se ne è mai contenti. In esso c’è sempre qualcosa di sbagliato, c’è sempre qualcosa che non va. Nella vita spirituale, invece, comprendiamo che qualsiasi cosa succeda, è solo il modo in cui le cose vanno avanti e si trasformano. Impareremo da questo, cresceremo e ci apriremo a questo. E così anche le difficoltà che sorgeranno, e la situazioni spiacevoli in cui ci troveremo. saranno parte di ciò, del modo in cui le cose sono. A volte è tutto molto luminoso e pieno di pace, a volte è tutto buio e confuso. Ma se iniziamo a contemplare ciò che chiamiamo “confuso” o ciò che chiamiamo “luminoso” o “beato”, e cosi via, solo per quello che è, solo per come le cose sono, allora non c’è niente di cui deprimersi e niente di cui esaltarsi. La “luminosa beatitudine” è così, ma non è il “me” e non è il “mio”, ed è impermanente. Il terreno fangoso o il cielo azzurro, il calore del sole o il freddo vento del nord: qualsiasi cosa, sta tutto nella mente. C’è spazio per tutto. E non c’è motivo per aver paura.

22
nov

Calma e pace nella pratica informale

   Posted by: hamsah   in Insegnamenti dei Maestri

shakyamuni

del venerabile Ajahn Sucitto

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.

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Traduzione di Roberto Masiani

DISCORSO TENUTO IL 6 APRILE 1997 A CIVITACASTELLANA. (Sati, 1998, n. 1)

Una questione importante è come sostenere la pratica nelle circostanze ordinarie della vita. Si tratta di una sfida che, nel contempo, ci aiuta a consolidare il giusto atteggiamento verso la meditazione e il Dhamma.

È facile dire che la vita ordinaria, con cose da fare, posti dove andare e rapidi stimoli sensoriali, è molto difficile, quasi di ostacolo per la meditazione. Ma forse dobbiamo chiederci se non siano le nostre opinioni sulla meditazione a determinare un conflitto con la realtà della vita quotidiana. Come utilizziamo concetti quali calma, tranquillità, trascendenza? Credo sia importante chiederci se per caso non usiamo questi concetti per creare un mondo separato dove rifugiarci, per non essere infastiditi da cose spiacevoli. È un problema che ha molto a che vedere con le idee che ci facciamo sulla pratica. Se prendiamo, ad esempio, il concetto di infinito, ce lo raffiguriamo sempre come qualcosa di molto, molto vasto. Così, se parliamo di ‘cuore illimitato’ pensiamo che debba essere molto, molto, molto grande. Ma non è in tal senso che il Buddha usava questi termini, non si tratta di realtà metafisiche, assolute. Indicano l’esperienza concreta della negazione dei nostri limiti. Infinito significa letteralmente che non si può misurare e illimitato significa che non ci sono limiti, frontiere. Infinito, quindi, non significa né piccolo né grande, significa non misurabile. Notate quanto spesso ci troviamo intenti a misurare in termini di “quanto sono calmo” o “quanto sono felice”, “quanto sto soffrendo”, “quanto sono in pace”, “potrei stare meglio di così”, “non dovrebbe essere così”, “potrebbe andare diversamente”. Sono tutte misurazioni secondo limiti che noi fissiamo. È proprio così, questo proiettare la perfezione e confrontare è un’attività della mente. La pratica buddhista è diretta a fermare questa attività.

È molto semplice: quando si interrompe questa attività, non ci sono più problemi. Sapete bene che è semplice, ma molto difficile! L’abitudine è così forte… Ecco perché il Buddha ha insegnato ‘la fine della sofferenza’: è un modo molto abile di descrivere l’obiettivo, invece di descriverlo come ‘la realizzazione della perfezione’ che sarebbe un disastro. Questa è la via che dobbiamo continuamente sperimentare. Dobbiamo essere pronti a vedere le nostre idee sulla pratica messe alla prova dall’esperienza della realtà quotidiana, con il suo karma, i suoi schemi, le sue abitudini. Rispetto al flusso degli eventi e dell’esperienza, dove nasce il conflitto e di che genere è? Solo così possiamo riconoscere – praticando la vipassana – come dukkha, il senso di insoddisfazione, dipenda dall’ignoranza e dal non vedere le cose chiaramente. Il risultato più ovvio di non vedere le cose chiaramente è sentirsi “sono questo”, “sono così”, “voglio essere così”, “non sono così”, il misurarsi, immaginarsi, giudicarsi. Portiamo questo atteggiamento in ogni cosa che facciamo, anche nella meditazione. Se c’è un atteggiamento di squilibrio, una posizione dualistica, di divisione, qualsiasi cosa ne derivi, per quanto si raggiungano stati sublimi di meditazione, condurrà sempre a quel senso di divisione e quindi di squilibrio.

Nell’insegnamento si parla di ‘origine interdipendente’. Possiamo vedere che dukkha dipende dall’ignoranza e al tempo stesso l’ignoranza dipende da dukkha. Se notiamo di sperimentare conflitto, sofferenza, insoddisfazione, laddove la reazione abituale o la condizione di fondo è un senso di “io sono”, “io non dovrei”, “io non voglio essere”, “perché sta succedendo proprio a me?”, questo senso di “io sono” è la cosa su cui focalizzare la nostra pratica di Dhamma. Lo sforzo per sostenere un’immagine rassicurante di sé è particolarmente accentuato nelle relazioni sociali e familiari. Ci possiamo rendere conto che in ogni contesto di vita, quando formuliamo ripetutamente pensieri quali: “io sono questo”, “non sono quest’altro”, “dovrei essere così”, “non voglio essere questo”, stabiliamo nei rapporti con gli altri un atteggiamento di difesa, conflitto o manipolazione. Ma se possiamo lasciare andare, se possiamo essere flessibili, fluidi, allora questa condizione personale di insoddisfazione può essere abbandonata. Il che significa che non la alimentiamo: non significa che non debba più esserci o ripresentarsi, dato che viviamo in una realtà potentemente condizionata dall’ignoranza e dal desiderio. Questo vuol dire che, comunque, abbiamo l’opportunità di osservare: questo è dukkha e ha una certa origine, questa è la sua cessazione, quello è il sentiero, la quarta nobile verità, il sentiero per uscire da dukkha che deriva dall’osservare effettivamente queste altre tre verità nello specifico contesto delle nostre relazioni con il mondo.

Nella nostra vita quotidiana, piuttosto che soffermarci su come dovremmo essere o cosa dovremmo avere, secondo una concezione statica della nostra identità, è più importante soffermarci su come agire. Così, invece di saltare da uno stato d’animo a un altro, cercando di trattenerlo per poi cambiare ancora, entriamo in una modalità di esperienza molto più dinamica. Per ciascuno di noi ogni giorno, in termini di stati d’animo, è una sequenza di ‘vittorie’ e ‘sconfitte’: passiamo continuamente da uno stato d’animo in cui ci sentiamo più o meno soddisfatti e vincenti a una condizione di delusione e abbattimento, per poi esaltarci nuovamente. Così generalmente va il mondo, ma se non ci ostiniamo a vedere le cose in questo modo abbiamo una possibilità, ed è questa in effetti la trascendenza. Così, per esempio, quando ci sentiamo disprezzati, non è necessario prendercela con qualcuno o difenderci, ma rimaniamo in contatto con l’emozione che proviamo. Quando vediamo che gli altri ci apprezzano, sentiamo pienamente ciò che sta succedendo. Possiamo vedere quali proiezioni della nostra personalità ruotino attorno a queste esperienze e come, una volta costruita una certa immagine di noi stessi, sorga un intero mondo per confermarla.

Durante un ritiro, potremmo pensare: “Ora il mio cuore è veramente aperto. Mi sento luminoso, gli uccelli cantano ed è una giornata di sole. Come è piacevole il mondo, com’è bello vivere nel sentiero del Dhamma e praticare profondamente! Ora mi sento proprio parte del sangha come tutti i discepoli del Buddha che sono qui. La vera natura umana tende alla perfezione, alla purezza; tutti si sforzano e prima o poi troveranno la loro via per l’illuminazione”. Poi arriviamo in città e qualcuno viene a sbattere contro la nostra macchina, che si rompe. Ci arrabbiamo e quello se ne va senza aiutarci. Corriamo a cercare un telefono per chiamare un’officina e farci aiutare, ma il meccanico dice: “Oggi non lavoro, è il mio giorno di riposo”. Ritorniamo di corsa alla macchina e troviamo che ci hanno rubato la borsa. Allora pensiamo: “Perché succedono sempre a me queste cose?”. E poi ci compiangiamo e ci sentiamo vittime delle circostanze avverse. In quel momento ci ritornano in mente tutte le sventure che ci sono capitate nella vita e pensiamo a quanto il mondo sia sempre stato crudele con noi.

Vedete come si può cambiare in fretta da un minuto all’altro. In effetti, ci identifichiamo rapidamente con le percezioni, e queste sono percezioni. Ma ci possiamo attaccare anche a particolari stati d’animo, come quelli più delicati, di maggior pace o maggior calma. Se proviamo uno stato particolare che pensiamo essere il migliore vorremmo essere sempre così e cerchiamo di trattenerlo, mentre uno stato di maggior agitazione, minore chiarezza, ci sembra da evitare.

Se con la pratica vogliamo cercare di approfondire questi temi della calma e della chiarezza interiore, allora è importante riconoscere e osservare cosa sia realmente la calma, come si sviluppa, come si sostiene, quali sono i suoi benefici, come effettivamente si deve applicare. A ben vedere la calma consiste nel possedere una struttura mentale particolarmente stabile. Questa struttura viene da sforzo, elasticità, fiducia e attenzione, non è una cosa fissa, permanente, rigida, non è qualcosa di cui ti puoi appropriare e aspettarti che resti lì, è qualcosa che viene determinato momento per momento dal concorso di questi fattori. Quando è intensa, la calma può far sorgere una sensazione particolare, un particolare stato d’animo, ci può essere una sensazione di sottile piacere, uno stato delicato e soffuso. Esagerando un po’ possiamo dire che si tratta di effetti collaterali, anche se non è proprio così. La caratteristica principale è un senso di stabilità non rigido: questo particolare aspetto della calma è ciò che più ci aiuta nella comprensione, nella saggezza e nella liberazione. La dolcezza e la piacevolezza della calma è come un balsamo per massaggi. È come mettere un unguento su qualcosa di rigido per ammorbidirlo un po’, così la mente comincia a rilassarsi. Sarebbe contraddittorio se dopo esservi rilassati vi aggrappaste con forza alla boccetta di unguento. Stringete questo unguento nelle vostre mani e cercate di spremerlo su ogni cosa, poi vi meravigliate che le mani non si stiano rilassando. Lo state usando nel modo sbagliato, lo state usando come un oggetto al quale attaccarsi, non come qualcosa che ci può aiutare a muoverci verso il non-attaccamento. Un altro esempio, forse più facile: quando ci inchiniamo di fronte all’immagine del Buddha, lo facciamo per alimentare un senso di affidamento, di fede e apertura, un modo di donare noi stessi. Sarebbe sbagliato aggrapparsi tutto il tempo alla statua del Buddha dicendo: “Tu sei il mio Buddha, potresti farmi un favore?”. Non credo che nessuno qui si comporti in questo modo, ma possiamo avere lo stesso genere di reazione verso la calma e verso la meditazione. In altre parole, esse diventano un oggetto rituale per sostenere il nostro senso di sé, per creare un confine. Se effettivamente le usi nel modo sbagliato non ottieni l’illimitato, ma un limite, un senso di sé molto forte e limitato. Ciò che deve essere coltivato continuamente è la stabilità che la calma aiuta a realizzare. Questo non attaccamento, questo senso di obiettività, è una capacità della mente molto fragile e mutevole. Con questa particolare capacità siamo in grado di comprendere il mondo in un modo benefico, qualsiasi cosa stia accadendo.

Il Buddha ha insegnato che esistono cinque khandha, cinque aggregati. Attraverso di essi si comprende il mondo, e per mondo si intende l’intero reame dell’esperienza. Il primo è la forma, ogni cosa con la quale veniamo in contatto, è l’impressione del contatto. Se per esempio vediamo qualcosa con gli occhi, la coscienza visiva entra in contatto con qualcosa, lo colpisce e non va oltre. Oppure, quando tocchiamo un oggetto o udiamo un suono, ogniqualvolta la coscienza sensitiva è aperta e colpisce qualcosa oppure ne è colpita, ciò che colpisce è la forma. Dobbiamo tenerlo in mente perché è la base dell’attenzione. Non si tratta tanto di cos’è, quanto piuttosto di cosa non è. Invece di tutto quel raffrontare e giudicare, delle proiezioni e delle aspettative, ci fermiamo alla forma, possiamo renderci conto che è una forma. Così, per esempio, questo è un corpo oppure, più semplicemente, questo è soltanto l’elemento ‘terra’, è qualcosa che occupa un certo spazio, ha una certa consistenza. Se qualcosa appare come forma deve essere stato modellato e deve essere modellabile. Quindi potete verificare che per legge di natura tutto ciò che è stato modellato è soggetto a cambiare, a scomparire, a rompersi, a diventare un’altra forma. Se guardate la vostra macchina è già un rottame. Quando sarà diventata un rottame non sorprendetevi. Lo stesso vale naturalmente per il nostro corpo, per il corpo degli altri, per tutte le cose che possiamo vedere. Non le vediamo brutte, ma vediamo che se in questo preciso momento sono così un giorno dovranno essere diverse e osserviamo la nostra sensazione rispetto a questo. Le consideriamo decadenti, brutte, rotte o spiacevoli perché abbiamo l’idea che un certo stato sia piacevole, attraente, bello nel modo in cui dovrebbe essere. A causa di questa visione errata, quando cambia diciamo che è rotto, brutto, decadente e non ci piace più.

Poi abbiamo le sensazioni che possono essere piacevoli, spiacevoli o neutre. Anch’esse sono mutevoli. Ad esempio, mangiando una cosa lo stesso contatto sensoriale può dare sensazioni mutevoli. Se qualcuno accarezza la tua mano, la prima volta può essere molto piacevole ed esclamiamo: “Che bella sensazione, fallo ancora… ohoo, molto bello!”. La terza volta: “Oh, molto bene, grazie, grazie, grazie”. Dopo un’ora e mezza: “Ma insomma, lasciami stare!”.

Le percezioni sono più complesse. Spesso percepiamo qualcosa e la mente riconosce a modo suo, interpreta secondo un’etichetta che le attribuisce. Hai qualcosa da mangiare, forse del pesce o qualcosa del genere. Può darsi che lo tagli e sembri molto duro: “Non è molto buono”, ma se fosse una bistecca ti sembrerebbe a posto. Quando mangi il pesce sa di cipolla, ti sembra cattivo, oppure mangi una cipolla e sa di fragola o bevi un caffè e sa di mora, senti che qualcosa non va, c’è qualcosa di cattivo.

In questi termini è abbastanza semplice, ma abbiamo serie di percezioni molto complesse sulle persone, secondo quello che ci aspettiamo dal loro comportamento, come interpretiamo i loro gesti, come misuriamo le loro parole di nuovo secondo il nostro modo di pensare o di parlare. Così ci offendiamo o siamo contrariati con estrema facilità, o ci sembra che qualcuno sia freddo con noi o viceversa troppo affettuoso o cose del genere. Se praticate, allora, potete riconoscere che “questa è una percezione”, “questa è una sensazione”. Nella mente ci può essere una sensazione di tristezza o paura o confusione che noi non neghiamo, bensì riconosciamo e sappiamo che dipende da quella particolare percezione che quella persona ci ricorda. Può capitare che una certa attività ci faccia sentire sciocchi. La percezione di essere in una situazione in cui ci sentiamo inetti ci rimbalza addosso e pensiamo di esserlo. Se però osservate “questa è una percezione, questa è una sensazione e dipende da circostanze e condizioni”, allora vi potete rendere conto che niente di tutto ciò è permanente, stabile, soddisfacente, niente corrisponde all’essenza del vostro essere o di come dovreste o non dovreste essere.

La preoccupazione di trovare situazioni in cui avere sensazioni e percezioni piacevoli è solo fonte di confusione perché, nella speranza di trovare sollievo, ci spinge ad aggrapparci a certe cose a spese di qualcun altro oppure a manipolare le situazioni in modo che favoriscano me ed escludano gli altri. Se osserviamo più da vicino quel che accade scopriamo che possiamo rilassarci cominciando semplicemente ad accettare quel che accade, prestando attenzione alla sua causa più profonda, quella sensazione di “ciò che io sono” considerandola ora soltanto come un oggetto di pratica. Piuttosto che desiderare di non avere un senso di “io sono”, riconosciamo che il senso di “io sono” è una cosa mutevole, è soltanto una attività della mente. Questa attività fa parte del quarto khandha, il sankhara, le formazioni mentali e i tentativi di creare un senso di sé. Sono riflessi condizionati. Ad esempio, quando uno è arrabbiato e si vuole difendere, questo è sankhara. Oppure si sente in colpa e si vuole punire perché non riesce ad accettare il fatto o la sensazione di aver sbagliato. La sensazione di aver sbagliato nasce dalle aspettative. Il regno del sankhara diventa così molto complesso, ma è soltanto qualcosa di cui dobbiamo prenderci cura riconoscendolo per quello che è, semplicemente un’attività della mente provocata da certi fattori. Naturalmente il risultato finale di felicità o compiacimento o colpa o paura è qualcosa di cui dobbiamo essere testimoni, ma la cosa importante è notare che non sono cose permanenti. Non è necessario cercare di liberarsi di queste cose, non certo in quel momento, dobbiamo semplicemente rilassare l’attività che le determina, che continua a produrre quei particolari stati mentali.

La coscienza è il quinto gruppo di khandha. La coscienza è come una esperienza totale di presenza; la presenza è coscienza, si tratta solo di riconoscerla. Tutte le esperienze dei sensi e della psiche che accadono, esistono nel regno della coscienza. È un po’ come ricordare. Se ricordi qualcosa molto intensamente, l’ampio reame della coscienza si apre. Nel ricordo ci sono gli umori, le emozioni, le immagini, le persone che appartengono a quel ricordo, tutto è presente, ma se sposti l’attenzione su qualcos’altro, scompare. In questo modo potete verificare che la coscienza dipende da una certa attività che consiste nel posizionare l’attenzione. Potete rendervi conto che spesso questo lavora contro di noi. Quando la mente viene catturata da una particolare idea o percezione, o da una determinata visione della realtà, possiamo esserne succubi. Ma la coscienza può essere guidata. Lo scopo della meditazione è comprendere questo. Perciò impariamo o almeno cerchiamo di imparare a portare la nostra attenzione sul respiro oppure su di un atteggiamento di gentilezza. Sono estremamente importanti la calma e l’intuizione che vengono dalla meditazione e ci indicano la direzione in cui portare la nostra coscienza. Quando calma e intuizione vengono insieme possiamo essere testimoni di qualsiasi esperienza come qualcosa di mutevole che non ci appartiene. Si tratta di ricordarselo, di continuare a vedere le cose in questo modo, non è qualcosa di cui ci si può impossessare nel tentativo di appiccicarlo come un etichetta su tutto quel che capita. Sarebbe come usare l’unguento nel modo sbagliato. È un tema di realizzazione, devi interrogarti su come usi questi temi, è qualcosa a cui devi arrivare con l’intelligenza, l’indagine, la focalizzazione, l’attenzione, la stabilizzazione interiore. “È mia questa emozione? È permanente questa sensazione? Questa idea di ciò che io sono è qualcosa di stabile destinata a durare? Questo stato d’animo in cui mi trovo è veramente me? Questo senso di piacere è qualcosa che posso avere per sempre?”. Dobbiamo investigare in questo modo per stabilizzarci e ottenere più calma, non è la calma di un particolare stato di coscienza, è una calma che ci aiuta a dirigere la coscienza verso la saggezza. Ci dirige verso la saggezza e la liberazione semplicemente perché è da lì che viene, non può fare niente altro. Non è necessario forzarla, crederci, trattenerla, è sufficiente portarla nella mente e lasciare che vi dica quello che ha da dirvi. Nelle nostre vite cerchiamo di stabilizzare, di sostenere questo modo di praticare. Quindi dobbiamo avere tempo durante il giorno per fare qualcosa che ci rigeneri, per ristabilire la fede, la fiducia, ricordare a cosa appartiene il Dhamma, da dove viene, e anche per renderci conto delle abitudini, di quanto siano profondamente radicate, di cosa ci può aiutare ad abbandonare alcune di queste abitudini.

Un maggior senso di pace e armonia non può esserci fornito da qualcosa di esterno. Quello che otteniamo è il risultato immediato delle nostre azioni, del nostro modo di reagire alle situazioni. Perciò restando in pace con noi stessi e con ogni altra cosa, che sia qui, lì, piccola, grande, passata, futura, ogni cosa che faremo dovrà avere quel risultato. Questo è il mio pensiero.

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