di Sister Ajahn Candasiri

© Ass. Santacittarama, 2008. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Tradotto da Gabriella De Franchis
Tratto dal libro “Freeing the heart”, reperibile dal sito www.amaravati.org

Questo sutta, che appare due volte nel canone Pali (Ud. Iv i, An ix i 3), racconta di un giovane monaco, il Venerabile Meghiya, attendente del Buddha.

Questo bhikkhu, una mattina, tornando dal giro della questua, scoprì un meraviglioso e incantevole boschetto di manghi. Pensò che sarebbe stato il luogo ideale per praticare la meditazione, così chiese al Buddha se poteva recarsi là per la meditazione quotidiana.

Il Buddha rispose chiedendogli di aspettare finché un altro monaco non fosse venuto a sostituirlo nelle sue mansioni d’attendente. Tuttavia, il Venerabile Meghiya era ansioso di andare e insistette con la sua richiesta: “Non c’è altro che bisogna fare qui per il Signore e nulla da aggiungere a quanto è stato fatto, ma per me c’è qualcos’altro che deve essere fatto e qualcosa da aggiungere a quanto è stato fatto.”.

Dopo la terza simile richiesta, il Buddha acconsentì: “Fai ora, Meghiya, ciò che ritieni opportuno fare”. Così Meghiya andò nel boschetto di manghi e dopo avere trovato un adeguato punto all’ombra, si sedette, schiena dritta e iniziò la meditazione. Ma per tutto il tempo la sua mente fu piena di pensieri inadeguati – di sensualità, malevolenza e crudeltà. Ciò fu fonte di sorpresa e di costernazione.

Era partito pieno di fede e di aspirazione, si era trovato una situazione che sembrava perfetta per la pratica e stava sforzandosi enormemente – ma tutto stava andando storto, non stava portando i risultati che si aspettava o che aveva sperato. Alla fine di quello che doveva essere stato un pomeriggio molto difficile, tornò dal Buddha per raccontargli dei suoi problemi.

Sembra che il Buddha non fosse affatto sorpreso nel sentire quanto era successo. (Il commentario Pali suggerisce appunto, che il Buddha si era rifiutato di dargli il permesso di andare, perché sapeva che non era ancora pronto per praticare in quel modo). Poi elencò le cinque condizioni che portano alla maturazione della liberazione del cuore, quando questa non è ancora avvenuta:

1. Buoni amici
2. Vita virtuosa
3. Discorsi proficui
4. Sforzo sostenuto
5. Visione profonda dell’impermanenza, che conduce alla cessazione del Male.

Altre quattro cose, disse, dovevano essere sviluppate (bhavetabba):

1. Meditazione su ciò che è spiacevole (ripugnante o disgustoso) per abbandonare la passione (la brama o il desiderio).
2.Gentilezza, per abbandonare la cattiva volontà.
3.Presenza mentale nell’inspirazione e nell’espirazione (anapanasati) per eliminare il pensiero discorsivo.
4. Contemplazione dell’impermanenza (aniccasanna), per sradicare l’orgoglio e l’egoismo: “perché, in chi riflette sull’impermanenza, s’instaura il pensiero del non-sé; pensando al fatto che non c’è un sé, si giunge al punto in cui è sradicato il concetto “Io sono”, alla calma (nibbana) anche in questa vita.”

Possiamo approfondire questi punti.

Punto primo, i buoni amici (kalyanamitta hoti kalyanasampavanko): di solito s’intende che questo significa avere un insegnante saggio o dei saggi compagni spirituali. Sarebbe certamente appropriato in questo contesto: il Buddha fa notare al giovane monaco l’importanza di stare con persone che lo possano influenzare in modo sano. Tuttavia, la parola ‘hoti’ significa ‘egli è’, quindi una traduzione più letterale potrebbe essere: “ Egli è un amico, un conoscitore, di ciò che è bene e sano.” Questo pone in evidenza la necessità che qualsiasi sforzo spirituale sia motivato da un senso di ciò che è giusto, da un amore per il bene e da un desiderio di manifestarlo nella propria vita.

Mentre la pratica motivata dall’egoismo, dal desiderio di ottenere potere, prestigio o di approfittare degli altri causerebbe, invece che allontanare, la sensazione di essere sempre più intrappolati nel mondo della ricerca del proprio sé (samsara).

Il Buddha spiega che avere un buon consigliere, buoni amici o semplicemente amore per il bene, è la base naturale per il sorgere di altre condizioni. Così, secondo punto: “Ci si può aspettare, da chi ha saggi compagni, che sia virtuoso” (silana hoti).

Noi impariamo dagli esempi. Nella vita del Sangha, sebbene ci sia un formazione formale nel vinaya (disciplina monastica), la maggior parte di quanto apprendiamo e delle nostre aspirazioni, viene dalla semplice osservazione di come gli altri agiscono: dal loro modo di comportarsi, da ciò che dicono (o che non dicono), da quando e come lo dicono. L’accompagnarsi a persone che seguono gli stessi precetti stimola interesse in questo addestramento del corpo, della parola e della mente; veniamo incoraggiati dai risultati. Così la giusta traduzione della seconda condizione è che ‘un monaco è virtuoso, con controllo mantiene gli impegni presi; è perfetto nella pratica del retto comportamento, vede il pericolo nelle debolezze frivole e si esercita nei sentieri della pratica’.

Terzo punto: il discorso proficuo. Il sutta afferma che questo tipo di discorso sorge facilmente e che c’è la volontà di condividere la propria comprensione con gli altri: sorge naturalmente, secondo il modo in cui si vive la propria vita.

Questo discorso è quello definito come ‘serio e adatto ad aprire il cuore e conduce ad un abbandono definitivo dei valori mondani (nibbidaya): al distacco, alla cessazione, alla calma, alla comprensione, alla perfetta visione profonda, al Nibbana. Ciò vuol dire parlare di desiderare poco, contenimento, solitudine, evitare la società, di mettere in primo piano lo sforzo, virtù, concentrazione e saggezza, di lasciare andare e di conoscenza e intuizione del lasciare andare.’

La compagnia di amici saggi, che sono a proprio agio con se stessi, dissipa qualsiasi sensazione di dovere reprimere o negare le inclinazioni che non sono in accordo con queste linee guida; ci si rende conto che non si tratta di sforzarsi per una ‘santità’ di tipo puritano, ma che queste qualità sorgono spontaneamente con la maturazione della pratica.

La quarta condizione è lo sforzo sostenuto. Si dimora, ‘risoluti nell’energia, per abbandonare le cose non proficue e intraprendere ciò che è proficuo – saldi e forti nello sforzo, senza abbandonare ciò che si è intrapreso (senza abbandonare il fardello della rettitudine)’. Di nuovo, un saggio maestro o un buon amico, possono incoraggiarci e guidare i nostri sforzi verso ciò che è salutare.

In un cammino religioso, inevitabilmente, ci sono volte in cui la pratica sembra stagnante, senza vita o totalmente improduttiva. Può esserci la tendenza ad abbandonare tutto e tornare a cercare rifugio nel mondo, in ciò che ci è familiare e che ci sembra comodo.

Un saggio maestro e buoni amici ci fanno ricordare della nostra aspirazione profonda e del nostro potenziale, del pericolo intrinseco, o dell’insoddisfazione, del mondo dei nostri sensi. Questo ci permette di continuare verso i nostri traguardi. Praticando insieme, in un certo senso, ci sosteniamo a vicenda quando c’è incertezza – solo praticando al meglio delle nostre capacità.

Quinto punto: ‘un monaco possiede la visione profonda e comprende la via della crescita e del decadimento, avendo la penetrazione Ariyan che riguarda la via che porta alla completa distruzione del Male.’

Abbiamo bisogno che qualcuno ci ricordi dove guardare per trovare la nostra liberazione. Non si tratta di raggiungere uno stato speciale nel futuro, anche se tali stati possono essere la base per la visione profonda, ma proprio in questo stesso momento.

L’ultimo Ajahn Buddhadasa era solito dire: “Non bisogna aggrapparsi a nessuna cosa, qualsiasi essa sia!” è una visione profonda così sottile che possiamo facilmente non afferrarla. Il nostro desiderio di sicurezza e il potere dei nostri condizionamenti, sono tanto forti, da poterci fare abbandonare questa chiave della porta dell’Immortalità; siamo costretti dall’ignoranza, dalla nescienza, dal non vedere, non volere guardare, finché non è troppo tardi.

Così abbiamo bisogno d’incoraggiamento per continuare a cercare, per continuare a ricordare, per trovare quel punto di non attaccamento – che non è un rifiuto verso le cose ma, piuttosto, un giusto apprezzamento della nostra condizione umana.

Alcuni apprendono velocemente (in base al commentario, il Venerabile Megiya ha ottenuto l’ingresso nella corrente proprio sentendo quest’insegnamento); altri hanno bisogno di avere ripetute le lezioni molte volte. Siamo presi da una specie di desiderio – un progetto, un’idea, un dispiacere o un cruccio – fa male, e alla fine lasciamo la presa.

Questo succede sempre, finché finalmente non impariamo a non raccogliere le cose, a non attaccarci a nessuna cosa. La bellezza della Natura sta nella sua transitorietà – non in qualcosa che permane e che si può pretendere di possedere. Il Buddha, attraverso i suoi sforzi, si è risvegliato a questa realtà, che lo ha liberato dal dovere ‘arrancare e viaggiare lungo questo cerchio?’ (samsara). Questa è la visione profonda, come spiegò al Venerabile Meghiya, che può liberarci da tutta la sofferenza dell’attaccamento.

Il Buddha conclude con il descrivere le tecniche di meditazione che dovrebbero essere coltivate in risposta a particolari condizioni che possono sorgere nelle nostra mente. E’ importante considerare questa capacità di risposta. Non ci viene richiesto di lavorare semplicemente per sviluppare un particolare tipo di meditazione.

L’incoraggiamento sta nell’essere consapevoli di ciò che accade nelle nostre menti in ogni momento, ed esercitare la nostra intelligenza per scegliere la tecnica adatta a fare sorgere e mantenere uno stato di calma, per potere permettere il sorgere della saggezza.

Quindi abbiamo: (i) La meditazione su ciò che è sgradevole (asubha) per prevenire gli stati di passione, desiderio o brama. A volte questo è tradotto come meditazione su ciò che è ripugnante e disgustoso, che è appunto il caso di certi aspetti della nostra fisicità. Tuttavia un approccio più analitico può essere efficace per indurre un senso di neutralità e disinteresse, in opposizione all’avversione, che non è altro che un’altra forma di desiderio.

Per esempio c’è la contemplazione su i capelli, i peli del corpo, le unghie, i denti e la pelle che monaci e monache devono fare al momento in cui incominciano il percorso monastico ed è un modo per smontare l’illusione della bellezza fisica o del fascino delle persone.

Contemplare gli oggetti dal punto di vista degli elementi che le compongono – terra, acqua, fuoco e aria, può aiutare a placare la passione o l’interesse in cose come il cibo; guardare la forma, il colore o la consistenza, piuttosto che essere automaticamente assorbiti dall’attesa che qualcosa venga consumato, o provare godimento nell’odore o nel gusto.

Poi, (ii) per affrontare la malevolenza o la cattiva volontà, è raccomandata la pratica della gentilezza o dell’augurare il bene (metta). Questo non significa che devono piacerci tutti, ma almeno evitare di lasciare che la mente indugi in stati di negatività o avversione verso gli altri.

La terza meditazione (iii) è di consapevolezza dell’inspirazione e dell’espirazione (anapanasati). Il Buddha ha raccomandato universalmente questa via per focalizzare la mente sul momento presente; concentrare l’attenzione sulla respirazione, piuttosto che essere sballottati e attirati qua e là da pensieri che ci distraggono. Mentre la quarta contemplazione (iv) è sull’impermanenza.

Un modo per avvicinarsi a questo è attraverso l’accurata attenzione verso il modo in cui noi facciamo esperienza di ‘noi stessi’ e degli altri in ogni momento. Questo lacera l’illusione di una personalità fissa e perenne, che è in ogni caso, correlata al corpo o alla mente: c’è solo consapevolezza. Questi quattro esercizi di meditazione devono essere praticati in continuazione per permettere la trasformazione delle abitudini, profondamente radicate, che sorgono a causa della nostra ignoranza.

Ma, come il Buddha fece notare al Venerabile Meghiya, la maturazione dell’emancipazione del cuore sorgerà in modo alquanto naturale quando, come base della nostra pratica, ci saranno le cinque condizioni.

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Ajahn Candasiri è nata in Scozia nel 1947 ed ha avuto una educazione cristiana. Dopo l’università, ha studiato e lavorato come ergoterapista principalmente nel campo delle malattie mentali. Nel 1977, un interesse per la meditazione la portò ad incontrare Ajahn Sumedho, subito dopo il suo arrivo dalla Thailandia. Ispirata dai suoi insegnamenti e dal suo esempio, iniziò l’addestramento monastico a Chithurst, come una delle prime quattro anagarika. All’interno della comunità monastica si è impegnata nello sviluppo dell’addestramento vinaya delle monache. Ha condotto molti ritiri di meditazione per laici e trova particolarmente piacevole insegnare ai giovani e partecipare al dialogo tra Cristiani

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22
nov

Calma e pace nella pratica informale

   Posted by: hamsah   in Insegnamenti dei Maestri

shakyamuni

del venerabile Ajahn Sucitto

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.

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Traduzione di Roberto Masiani

DISCORSO TENUTO IL 6 APRILE 1997 A CIVITACASTELLANA. (Sati, 1998, n. 1)

Una questione importante è come sostenere la pratica nelle circostanze ordinarie della vita. Si tratta di una sfida che, nel contempo, ci aiuta a consolidare il giusto atteggiamento verso la meditazione e il Dhamma.

È facile dire che la vita ordinaria, con cose da fare, posti dove andare e rapidi stimoli sensoriali, è molto difficile, quasi di ostacolo per la meditazione. Ma forse dobbiamo chiederci se non siano le nostre opinioni sulla meditazione a determinare un conflitto con la realtà della vita quotidiana. Come utilizziamo concetti quali calma, tranquillità, trascendenza? Credo sia importante chiederci se per caso non usiamo questi concetti per creare un mondo separato dove rifugiarci, per non essere infastiditi da cose spiacevoli. È un problema che ha molto a che vedere con le idee che ci facciamo sulla pratica. Se prendiamo, ad esempio, il concetto di infinito, ce lo raffiguriamo sempre come qualcosa di molto, molto vasto. Così, se parliamo di ‘cuore illimitato’ pensiamo che debba essere molto, molto, molto grande. Ma non è in tal senso che il Buddha usava questi termini, non si tratta di realtà metafisiche, assolute. Indicano l’esperienza concreta della negazione dei nostri limiti. Infinito significa letteralmente che non si può misurare e illimitato significa che non ci sono limiti, frontiere. Infinito, quindi, non significa né piccolo né grande, significa non misurabile. Notate quanto spesso ci troviamo intenti a misurare in termini di “quanto sono calmo” o “quanto sono felice”, “quanto sto soffrendo”, “quanto sono in pace”, “potrei stare meglio di così”, “non dovrebbe essere così”, “potrebbe andare diversamente”. Sono tutte misurazioni secondo limiti che noi fissiamo. È proprio così, questo proiettare la perfezione e confrontare è un’attività della mente. La pratica buddhista è diretta a fermare questa attività.

È molto semplice: quando si interrompe questa attività, non ci sono più problemi. Sapete bene che è semplice, ma molto difficile! L’abitudine è così forte… Ecco perché il Buddha ha insegnato ‘la fine della sofferenza’: è un modo molto abile di descrivere l’obiettivo, invece di descriverlo come ‘la realizzazione della perfezione’ che sarebbe un disastro. Questa è la via che dobbiamo continuamente sperimentare. Dobbiamo essere pronti a vedere le nostre idee sulla pratica messe alla prova dall’esperienza della realtà quotidiana, con il suo karma, i suoi schemi, le sue abitudini. Rispetto al flusso degli eventi e dell’esperienza, dove nasce il conflitto e di che genere è? Solo così possiamo riconoscere – praticando la vipassana – come dukkha, il senso di insoddisfazione, dipenda dall’ignoranza e dal non vedere le cose chiaramente. Il risultato più ovvio di non vedere le cose chiaramente è sentirsi “sono questo”, “sono così”, “voglio essere così”, “non sono così”, il misurarsi, immaginarsi, giudicarsi. Portiamo questo atteggiamento in ogni cosa che facciamo, anche nella meditazione. Se c’è un atteggiamento di squilibrio, una posizione dualistica, di divisione, qualsiasi cosa ne derivi, per quanto si raggiungano stati sublimi di meditazione, condurrà sempre a quel senso di divisione e quindi di squilibrio.

Nell’insegnamento si parla di ‘origine interdipendente’. Possiamo vedere che dukkha dipende dall’ignoranza e al tempo stesso l’ignoranza dipende da dukkha. Se notiamo di sperimentare conflitto, sofferenza, insoddisfazione, laddove la reazione abituale o la condizione di fondo è un senso di “io sono”, “io non dovrei”, “io non voglio essere”, “perché sta succedendo proprio a me?”, questo senso di “io sono” è la cosa su cui focalizzare la nostra pratica di Dhamma. Lo sforzo per sostenere un’immagine rassicurante di sé è particolarmente accentuato nelle relazioni sociali e familiari. Ci possiamo rendere conto che in ogni contesto di vita, quando formuliamo ripetutamente pensieri quali: “io sono questo”, “non sono quest’altro”, “dovrei essere così”, “non voglio essere questo”, stabiliamo nei rapporti con gli altri un atteggiamento di difesa, conflitto o manipolazione. Ma se possiamo lasciare andare, se possiamo essere flessibili, fluidi, allora questa condizione personale di insoddisfazione può essere abbandonata. Il che significa che non la alimentiamo: non significa che non debba più esserci o ripresentarsi, dato che viviamo in una realtà potentemente condizionata dall’ignoranza e dal desiderio. Questo vuol dire che, comunque, abbiamo l’opportunità di osservare: questo è dukkha e ha una certa origine, questa è la sua cessazione, quello è il sentiero, la quarta nobile verità, il sentiero per uscire da dukkha che deriva dall’osservare effettivamente queste altre tre verità nello specifico contesto delle nostre relazioni con il mondo.

Nella nostra vita quotidiana, piuttosto che soffermarci su come dovremmo essere o cosa dovremmo avere, secondo una concezione statica della nostra identità, è più importante soffermarci su come agire. Così, invece di saltare da uno stato d’animo a un altro, cercando di trattenerlo per poi cambiare ancora, entriamo in una modalità di esperienza molto più dinamica. Per ciascuno di noi ogni giorno, in termini di stati d’animo, è una sequenza di ‘vittorie’ e ‘sconfitte’: passiamo continuamente da uno stato d’animo in cui ci sentiamo più o meno soddisfatti e vincenti a una condizione di delusione e abbattimento, per poi esaltarci nuovamente. Così generalmente va il mondo, ma se non ci ostiniamo a vedere le cose in questo modo abbiamo una possibilità, ed è questa in effetti la trascendenza. Così, per esempio, quando ci sentiamo disprezzati, non è necessario prendercela con qualcuno o difenderci, ma rimaniamo in contatto con l’emozione che proviamo. Quando vediamo che gli altri ci apprezzano, sentiamo pienamente ciò che sta succedendo. Possiamo vedere quali proiezioni della nostra personalità ruotino attorno a queste esperienze e come, una volta costruita una certa immagine di noi stessi, sorga un intero mondo per confermarla.

Durante un ritiro, potremmo pensare: “Ora il mio cuore è veramente aperto. Mi sento luminoso, gli uccelli cantano ed è una giornata di sole. Come è piacevole il mondo, com’è bello vivere nel sentiero del Dhamma e praticare profondamente! Ora mi sento proprio parte del sangha come tutti i discepoli del Buddha che sono qui. La vera natura umana tende alla perfezione, alla purezza; tutti si sforzano e prima o poi troveranno la loro via per l’illuminazione”. Poi arriviamo in città e qualcuno viene a sbattere contro la nostra macchina, che si rompe. Ci arrabbiamo e quello se ne va senza aiutarci. Corriamo a cercare un telefono per chiamare un’officina e farci aiutare, ma il meccanico dice: “Oggi non lavoro, è il mio giorno di riposo”. Ritorniamo di corsa alla macchina e troviamo che ci hanno rubato la borsa. Allora pensiamo: “Perché succedono sempre a me queste cose?”. E poi ci compiangiamo e ci sentiamo vittime delle circostanze avverse. In quel momento ci ritornano in mente tutte le sventure che ci sono capitate nella vita e pensiamo a quanto il mondo sia sempre stato crudele con noi.

Vedete come si può cambiare in fretta da un minuto all’altro. In effetti, ci identifichiamo rapidamente con le percezioni, e queste sono percezioni. Ma ci possiamo attaccare anche a particolari stati d’animo, come quelli più delicati, di maggior pace o maggior calma. Se proviamo uno stato particolare che pensiamo essere il migliore vorremmo essere sempre così e cerchiamo di trattenerlo, mentre uno stato di maggior agitazione, minore chiarezza, ci sembra da evitare.

Se con la pratica vogliamo cercare di approfondire questi temi della calma e della chiarezza interiore, allora è importante riconoscere e osservare cosa sia realmente la calma, come si sviluppa, come si sostiene, quali sono i suoi benefici, come effettivamente si deve applicare. A ben vedere la calma consiste nel possedere una struttura mentale particolarmente stabile. Questa struttura viene da sforzo, elasticità, fiducia e attenzione, non è una cosa fissa, permanente, rigida, non è qualcosa di cui ti puoi appropriare e aspettarti che resti lì, è qualcosa che viene determinato momento per momento dal concorso di questi fattori. Quando è intensa, la calma può far sorgere una sensazione particolare, un particolare stato d’animo, ci può essere una sensazione di sottile piacere, uno stato delicato e soffuso. Esagerando un po’ possiamo dire che si tratta di effetti collaterali, anche se non è proprio così. La caratteristica principale è un senso di stabilità non rigido: questo particolare aspetto della calma è ciò che più ci aiuta nella comprensione, nella saggezza e nella liberazione. La dolcezza e la piacevolezza della calma è come un balsamo per massaggi. È come mettere un unguento su qualcosa di rigido per ammorbidirlo un po’, così la mente comincia a rilassarsi. Sarebbe contraddittorio se dopo esservi rilassati vi aggrappaste con forza alla boccetta di unguento. Stringete questo unguento nelle vostre mani e cercate di spremerlo su ogni cosa, poi vi meravigliate che le mani non si stiano rilassando. Lo state usando nel modo sbagliato, lo state usando come un oggetto al quale attaccarsi, non come qualcosa che ci può aiutare a muoverci verso il non-attaccamento. Un altro esempio, forse più facile: quando ci inchiniamo di fronte all’immagine del Buddha, lo facciamo per alimentare un senso di affidamento, di fede e apertura, un modo di donare noi stessi. Sarebbe sbagliato aggrapparsi tutto il tempo alla statua del Buddha dicendo: “Tu sei il mio Buddha, potresti farmi un favore?”. Non credo che nessuno qui si comporti in questo modo, ma possiamo avere lo stesso genere di reazione verso la calma e verso la meditazione. In altre parole, esse diventano un oggetto rituale per sostenere il nostro senso di sé, per creare un confine. Se effettivamente le usi nel modo sbagliato non ottieni l’illimitato, ma un limite, un senso di sé molto forte e limitato. Ciò che deve essere coltivato continuamente è la stabilità che la calma aiuta a realizzare. Questo non attaccamento, questo senso di obiettività, è una capacità della mente molto fragile e mutevole. Con questa particolare capacità siamo in grado di comprendere il mondo in un modo benefico, qualsiasi cosa stia accadendo.

Il Buddha ha insegnato che esistono cinque khandha, cinque aggregati. Attraverso di essi si comprende il mondo, e per mondo si intende l’intero reame dell’esperienza. Il primo è la forma, ogni cosa con la quale veniamo in contatto, è l’impressione del contatto. Se per esempio vediamo qualcosa con gli occhi, la coscienza visiva entra in contatto con qualcosa, lo colpisce e non va oltre. Oppure, quando tocchiamo un oggetto o udiamo un suono, ogniqualvolta la coscienza sensitiva è aperta e colpisce qualcosa oppure ne è colpita, ciò che colpisce è la forma. Dobbiamo tenerlo in mente perché è la base dell’attenzione. Non si tratta tanto di cos’è, quanto piuttosto di cosa non è. Invece di tutto quel raffrontare e giudicare, delle proiezioni e delle aspettative, ci fermiamo alla forma, possiamo renderci conto che è una forma. Così, per esempio, questo è un corpo oppure, più semplicemente, questo è soltanto l’elemento ‘terra’, è qualcosa che occupa un certo spazio, ha una certa consistenza. Se qualcosa appare come forma deve essere stato modellato e deve essere modellabile. Quindi potete verificare che per legge di natura tutto ciò che è stato modellato è soggetto a cambiare, a scomparire, a rompersi, a diventare un’altra forma. Se guardate la vostra macchina è già un rottame. Quando sarà diventata un rottame non sorprendetevi. Lo stesso vale naturalmente per il nostro corpo, per il corpo degli altri, per tutte le cose che possiamo vedere. Non le vediamo brutte, ma vediamo che se in questo preciso momento sono così un giorno dovranno essere diverse e osserviamo la nostra sensazione rispetto a questo. Le consideriamo decadenti, brutte, rotte o spiacevoli perché abbiamo l’idea che un certo stato sia piacevole, attraente, bello nel modo in cui dovrebbe essere. A causa di questa visione errata, quando cambia diciamo che è rotto, brutto, decadente e non ci piace più.

Poi abbiamo le sensazioni che possono essere piacevoli, spiacevoli o neutre. Anch’esse sono mutevoli. Ad esempio, mangiando una cosa lo stesso contatto sensoriale può dare sensazioni mutevoli. Se qualcuno accarezza la tua mano, la prima volta può essere molto piacevole ed esclamiamo: “Che bella sensazione, fallo ancora… ohoo, molto bello!”. La terza volta: “Oh, molto bene, grazie, grazie, grazie”. Dopo un’ora e mezza: “Ma insomma, lasciami stare!”.

Le percezioni sono più complesse. Spesso percepiamo qualcosa e la mente riconosce a modo suo, interpreta secondo un’etichetta che le attribuisce. Hai qualcosa da mangiare, forse del pesce o qualcosa del genere. Può darsi che lo tagli e sembri molto duro: “Non è molto buono”, ma se fosse una bistecca ti sembrerebbe a posto. Quando mangi il pesce sa di cipolla, ti sembra cattivo, oppure mangi una cipolla e sa di fragola o bevi un caffè e sa di mora, senti che qualcosa non va, c’è qualcosa di cattivo.

In questi termini è abbastanza semplice, ma abbiamo serie di percezioni molto complesse sulle persone, secondo quello che ci aspettiamo dal loro comportamento, come interpretiamo i loro gesti, come misuriamo le loro parole di nuovo secondo il nostro modo di pensare o di parlare. Così ci offendiamo o siamo contrariati con estrema facilità, o ci sembra che qualcuno sia freddo con noi o viceversa troppo affettuoso o cose del genere. Se praticate, allora, potete riconoscere che “questa è una percezione”, “questa è una sensazione”. Nella mente ci può essere una sensazione di tristezza o paura o confusione che noi non neghiamo, bensì riconosciamo e sappiamo che dipende da quella particolare percezione che quella persona ci ricorda. Può capitare che una certa attività ci faccia sentire sciocchi. La percezione di essere in una situazione in cui ci sentiamo inetti ci rimbalza addosso e pensiamo di esserlo. Se però osservate “questa è una percezione, questa è una sensazione e dipende da circostanze e condizioni”, allora vi potete rendere conto che niente di tutto ciò è permanente, stabile, soddisfacente, niente corrisponde all’essenza del vostro essere o di come dovreste o non dovreste essere.

La preoccupazione di trovare situazioni in cui avere sensazioni e percezioni piacevoli è solo fonte di confusione perché, nella speranza di trovare sollievo, ci spinge ad aggrapparci a certe cose a spese di qualcun altro oppure a manipolare le situazioni in modo che favoriscano me ed escludano gli altri. Se osserviamo più da vicino quel che accade scopriamo che possiamo rilassarci cominciando semplicemente ad accettare quel che accade, prestando attenzione alla sua causa più profonda, quella sensazione di “ciò che io sono” considerandola ora soltanto come un oggetto di pratica. Piuttosto che desiderare di non avere un senso di “io sono”, riconosciamo che il senso di “io sono” è una cosa mutevole, è soltanto una attività della mente. Questa attività fa parte del quarto khandha, il sankhara, le formazioni mentali e i tentativi di creare un senso di sé. Sono riflessi condizionati. Ad esempio, quando uno è arrabbiato e si vuole difendere, questo è sankhara. Oppure si sente in colpa e si vuole punire perché non riesce ad accettare il fatto o la sensazione di aver sbagliato. La sensazione di aver sbagliato nasce dalle aspettative. Il regno del sankhara diventa così molto complesso, ma è soltanto qualcosa di cui dobbiamo prenderci cura riconoscendolo per quello che è, semplicemente un’attività della mente provocata da certi fattori. Naturalmente il risultato finale di felicità o compiacimento o colpa o paura è qualcosa di cui dobbiamo essere testimoni, ma la cosa importante è notare che non sono cose permanenti. Non è necessario cercare di liberarsi di queste cose, non certo in quel momento, dobbiamo semplicemente rilassare l’attività che le determina, che continua a produrre quei particolari stati mentali.

La coscienza è il quinto gruppo di khandha. La coscienza è come una esperienza totale di presenza; la presenza è coscienza, si tratta solo di riconoscerla. Tutte le esperienze dei sensi e della psiche che accadono, esistono nel regno della coscienza. È un po’ come ricordare. Se ricordi qualcosa molto intensamente, l’ampio reame della coscienza si apre. Nel ricordo ci sono gli umori, le emozioni, le immagini, le persone che appartengono a quel ricordo, tutto è presente, ma se sposti l’attenzione su qualcos’altro, scompare. In questo modo potete verificare che la coscienza dipende da una certa attività che consiste nel posizionare l’attenzione. Potete rendervi conto che spesso questo lavora contro di noi. Quando la mente viene catturata da una particolare idea o percezione, o da una determinata visione della realtà, possiamo esserne succubi. Ma la coscienza può essere guidata. Lo scopo della meditazione è comprendere questo. Perciò impariamo o almeno cerchiamo di imparare a portare la nostra attenzione sul respiro oppure su di un atteggiamento di gentilezza. Sono estremamente importanti la calma e l’intuizione che vengono dalla meditazione e ci indicano la direzione in cui portare la nostra coscienza. Quando calma e intuizione vengono insieme possiamo essere testimoni di qualsiasi esperienza come qualcosa di mutevole che non ci appartiene. Si tratta di ricordarselo, di continuare a vedere le cose in questo modo, non è qualcosa di cui ci si può impossessare nel tentativo di appiccicarlo come un etichetta su tutto quel che capita. Sarebbe come usare l’unguento nel modo sbagliato. È un tema di realizzazione, devi interrogarti su come usi questi temi, è qualcosa a cui devi arrivare con l’intelligenza, l’indagine, la focalizzazione, l’attenzione, la stabilizzazione interiore. “È mia questa emozione? È permanente questa sensazione? Questa idea di ciò che io sono è qualcosa di stabile destinata a durare? Questo stato d’animo in cui mi trovo è veramente me? Questo senso di piacere è qualcosa che posso avere per sempre?”. Dobbiamo investigare in questo modo per stabilizzarci e ottenere più calma, non è la calma di un particolare stato di coscienza, è una calma che ci aiuta a dirigere la coscienza verso la saggezza. Ci dirige verso la saggezza e la liberazione semplicemente perché è da lì che viene, non può fare niente altro. Non è necessario forzarla, crederci, trattenerla, è sufficiente portarla nella mente e lasciare che vi dica quello che ha da dirvi. Nelle nostre vite cerchiamo di stabilizzare, di sostenere questo modo di praticare. Quindi dobbiamo avere tempo durante il giorno per fare qualcosa che ci rigeneri, per ristabilire la fede, la fiducia, ricordare a cosa appartiene il Dhamma, da dove viene, e anche per renderci conto delle abitudini, di quanto siano profondamente radicate, di cosa ci può aiutare ad abbandonare alcune di queste abitudini.

Un maggior senso di pace e armonia non può esserci fornito da qualcosa di esterno. Quello che otteniamo è il risultato immediato delle nostre azioni, del nostro modo di reagire alle situazioni. Perciò restando in pace con noi stessi e con ogni altra cosa, che sia qui, lì, piccola, grande, passata, futura, ogni cosa che faremo dovrà avere quel risultato. Questo è il mio pensiero.

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