Vacuità, vuoto.

Quando qualcuno si avvicina alla pratica meditativa e sente parlare di vacuità, pensa: “Ah, sì, devo realizzare il vuoto”. E immagina una mente vuota di ogni pensiero. Ha torto, ha ragione.

Ha torto. Perché vacuità vuol dire un’altra cosa. Cominciare a comprendere l’assenza di un sé stabile, cominciare a comprendere che si ha a che fare con una realtà mutevole, cangiante finanche nei suoi aspetti più profondi, quelli dove ci immaginiamo una sostanza stabile, l’anima, che a seconda delle nostre credenze raggiungerebbe il paradiso o affronterebbe il lungo processo di reincarnazioni….

Ha ragione. Perché creare il vuoto mentale significa giungere alla fine di ogni concettualizzazione, comprese le due precedenti (paradiso, reincarnazione), entrare in contatto con le cose come sono e non come ce le rappresentiamo.

Ha torto. Non si tratta di sopprimere i pensieri, creando un dualismo fra quello che è meglio e quello che è peggio, fra il pensiero e il non pensiero.

Ha ragione. Non si può arrivare alla fine del dualismo se non si supera il pensare, il concettualizzare.

Non ha né torto né ragione.

Si deve abbandonare anche questa contrapposizione perché ancora fa parte del mondo della proliferazione mentale.

A questo punto il discorso è terminato. Siamo ridotti al silenzio. La mente ha fatto corto-circuito.
Ma allora, esaurite le possibilità, l’unica cosa da fare è vivere. Come scriveva Wittgenstein, un filosofo che ogni tanto mi capita di citare, ” Il luogo dove voglio arrivare è un luogo dove sono già ora” .
Per un attimo ho realizzato il silenzio mentale, per un attimo ho goduto di uno sprazzo di misticismo apofatico (cioè basato sul silenzio). Ma poi la mente riprende il suo corso naturale, il suo pensare e discriminare, i processi psico-fisici prendono consapevolezza di se stessi e ripropongono l’immagine di un sé e restiamo col solito problema: come vivere una pratica che possa portare alla realizzazione della vacuità, cioè della comprensione dell’assenza di un sé e dell’interdipendenza di tutti i fenomeni. Perché un altro dualismo da superare è quello tra realizzazione istantanea, come sopra, e realizzazione graduale, lenta, quotidiana.

Negli anni ho sentito parlare e ho letto molto sul concetto di vacuità, però non ho trovato da nessuna parte una meditazione sulla vacuità. Sembra che tutti ne parlino senza indicare una via pratica ad una sua, diciamo così, approssimazione almeno. Sappiamo che esistono tre porte alla Liberazione, al Nirvana: la porta della Vacuità, quella del senza-segno e quella dell’assenza di direzione; sono anche tre tipi di samadhi e tre tipi di liberazione della mente. Ma c’è un sentiero specifico, degli atti pratici cioè, che portino in questa direzione? Si potrebbe dire: non c’è nessun sentiero, tutto è privo di sé. E’ vero, ma questo mi lascia ancora una volta a terra. Ho bisogno di qualche indicazione pratica. Qualche specifica attenzione che mi accompagni proprio in questa direzione.

C’è, a mio parere, una risposta pratica su cui insisto da qualche tempo, la meditazione sullo spazio. Apparentemente si potrebbe obiettare che è una mia invenzione. In realtà mi limito a riproporre uno degli antichi soggetti di meditazione raccomandati dal Buddha e poi in parte abbandonati per delle complesse ragioni storiche che personalmente ho analizzato ma che manca qui lo spazio per trattare. La stessa cosa vale anche per le tre porte della Liberazione. Dove se ne sente mai parlare? Eppure sono tutte indicazioni che facevano parte del sentiero antico. Certo, lo so, si tratta di indicazioni che normalmente presuppongono un livello già avanzato di realizzazione.

Ma perché accettare questo gradualismo? E quindi il suo opposto, il subitaneismo?
Perché non superare la divaricazione dualista fra fine e mezzo? Perché non impostare già ora la pratica in queste direzioni?

Vacuità, senza-segno, assenza di scopo.

Tutte le tradizioni (religiose, politiche ecc.) subiscono, nel tempo, un processo di storicizzazione, si arricchiscono di nuovi elementi e ne mettono in ombra altri. I motivi sono complessi ma sostanzialmente non fanno che richiamarne uno fondamentale: l’impermanenza. Si pensi soltanto quanta fantasia di interpretazione ha subìto, in appena 150 anni di storia, una teoria come quella marxista e si immagini quanta fantasia e costruzione si siano infilate in religioni come la buddhista (2400 anni di storia) e la cristiana (2000 anni di storia) per non parlare di quelle ebraica e musulmana. I loro fondatori-di Buddhismo e Cristianesimo, già a pochi anni dalla morte, sono stati deificati (un processo che per la verità nel Buddhismo è iniziato solo molto tardi, con la tradizione Mahayana; per quanto riguarda il Cristianesimo si veda il discorso del “Figlio di Dio”: ma tutti gli Ebrei si consideravano figli di Dio – come a volte si dichiarano anche oggi i Cristiani) e comunque hanno avuto i propri insegnamenti sottoposti a un processo di perdita o acquisizione. E’ normale, è l’impermanenza. Ma tutto questo porta lontano . Torniamo al discorso sulla vacuità.

La liberazione o Nirvana ha a che fare con la comprensione, la visione profonda, che un sé reale non esiste, che esistono solo fenomeni complessi. Questa è la vacuità che significa, come dicevamo sopra, assenza di sostanza. Quindi la liberazione ha a che fare con una realtà ultima indifferenziata, incondizionata.

Ora c’è un unico concetto che si avvicina a questo , quello di spazio che non a caso venne indicato (erroneamente) da alcune tradizioni antiche come una realtà incondizionata simile al Nirvana (lo fa anche un testo theravada, Le domande di Milindha ). E non a caso lo spazio era uno dei molti oggetti meditativi raccomandati nel Mahaasakuludaahyi Sutta (MN,n.77 ) fra i dieci kasina o basi di meditazione (terra, acqua, fuoco, aria, blu, giallo, rosso, bianco, spazio e coscienza) . Ne riparleremo.

Relazione fra spazio e meditazione

Sulla relazione fra spazio e meditazione si può trovare un testo interessante in MN 62, Maharahulovada Sutta, ‘ Il Grande Discorso di Consigli a Rahula’. (1)

In questo sutta che ha come luogo di svolgimento il boschetto Jeta, nel Parco di Anathapindika, a Savatthi, il Buddha si alza di buon mattino e si reca a Savatthi per la questua, seguito dal figlio Rahula. Il Buddha si volge al figlio e gli dice che dovrebbe considerare ogni tipo di forma materiale in questo modo: ‘Questa non è mia, questa non sono io, questa non è il mio sé’. Rahula allora chiede: ‘Solo la forma materiale?’

‘Forma materiale, Rahula, sensazione, percezione, formazioni e coscienza.’

Rahula si sente interessato a ricevere un insegnamento che sa prezioso, abbandona l’idea di andare a Savatthi, si siede in meditazione e stabilisce la consapevolezza davanti a sé. Non sappiamo che cosa faccia intanto il Buddha, ma ci viene detto che Sariputta, vedendolo seduto, lo consiglia a sviluppare la meditazione sul respiro poiché essa, una volta sviluppata e coltivata, ‘è di grande frutto e di grande beneficio’. Rahula passa tutta la giornata in meditazione e solo a sera si alza e, recatosi dal padre, gli chiede come sia che la meditazione sul respiro sia di grande frutto e di grande beneficio.

Il Buddha sembra prendere la domanda alla larga, interessato evidentemente a spiegare in dettaglio ciò che aveva iniziato a dire la mattina. Comincia così un’esposizione su Cinque Grandi Elementi che costituiscono la materialità : tutto ciò che è solido dentro il corpo appartiene all’elemento-terra, tutto ciò che è liquido all’elemento acqua, tutto ciò che è in relazione con il calore all’elemento-fuoco e tutto ciò che è in relazione all’aria ed al movimento all’elemento-aria. Il quinto elemento è appunto lo Spazio:

I,422, 11: ‘Cos’è, Rahula, l’elemento-spazio? L’elemento-spazio può essere sia interno che esterno.

“Che cos’è l’elemento-spazio interno?”

“Qualunque cosa internamente, appartenente a sé, è spazio, spaziale, ed a cui si aderisce, cioè i buchi delle orecchie, le narici, la porta della bocca, e quella (apertura) tramite cui ciò che è mangiato, bevuto, consumato e gustato viene inghiottito, e dove esso si raccoglie e da cui viene escreto da sotto, o qualsiasi altra cosa , appartenente a sé, è spazio, spaziale o a cui si aderisce: questo è chiamato l’elemento-spazio interno.

“Ora, sia l’elemento-spazio interno sia l’elemento-spazio esterno sono semplicemente elemento-spazio. E quello dovrebbe essere visto come è effettivamente: ‘ Questo non è mio, questo non sono io, questo non è il mio sé.’ Quando si vede così come effettivamente è con la giusta saggezza, si diviene disincantati con l’elemento-spazio e si rende la mente dispassionata verso l’elemento spazio.”

“Di tutti gli elementi interni si nota, con le stesse parole, che corrispondono esattamente agli elementi esterni e di ognuno viene detto: ‘Questo non è mio, questo non sono io, questo non è il mio sé’. Osservando l’impersonalità di questi elementi sorge il disincanto verso di essi o meglio la disidentificazione.”

A questo punto, dopo aver così osservato gli elementi che costituiscono la forma materiale, il Buddha consiglia il figlio su come sviluppare la pratica meditativa.

(I, 422,13): “Rahula, sviluppa la meditazione che sia come la terra, poiché quando tu sviluppi una meditazione che sia come la terra contatti sorti che siano piacevoli o spiacevoli non invaderanno la tua mente e non vi rimarranno. Proprio come le persone gettano cose pulite e cose sporche, escrementi, urina, sputo, pus e sangue sulla terra, e la terra non ne prova orrore, non è umiliata e disgustata causa di ciò, proprio così, Rahula, sviluppa una meditazione che sia come la terra; perché, quando tu sviluppi una meditazione che sia come la terra, contatti sorti piacevoli e spiacevoli non invaderanno la tua mente e non vi rimarranno.”

Allo stesso modo, esattamente con le stesse parole, Rahula viene consigliato di sviluppare una meditazione che sia come l’acqua, come il fuoco, come l’aria ed infine come lo spazio.

(I, 424,17): ‘Rahula, sviluppa una meditazione che sia come lo spazio; perché, quando tu sviluppi una meditazione che sia come lo spazio, contatti sorti piacevoli o spiacevoli non invaderanno la tua mente e non vi rimarranno. Proprio come lo spazio non è stabilito in alcun luogo, così, Rahula, sviluppa una meditazione che sia come lo spazio; perché quando tu sviluppi una meditazione che sia come lo spazio, contatti sorti piacevoli e spiacevoli non invaderanno la tua mente e non vi rimarranno.
Con un salto argomentativo, il Buddha invita poi Rahula a sviluppare la meditazione sulla gentilezza amorevole (metta), sulla compassione (karuna), sulla gioia altruistica (mudita) e sull’equanimità (upekkha), cioè sulle quattro virtù divine, per superare rispettivamente l’astio, la crudeltà, la scontentezza e l avversione.

Seguono la meditazione sulla sporcizia (del corpo umano)per superare il desiderio, sulla percezione di impermanenza per superare il concetto ‘Io sono’ ed infine(I, 425, 24-30) la meditazione sul respiro, anapanasati.

Qui il sutta si conclude con Rahula soddisfatto e deliziato dalle parole del Buddha.

(1) cfr. The Middle Lenght Discourses of the Buddha, Tr. Bhikkhu Ñanamoli and Bhikkhu Bodhi, p. 527 sgg.. Notare che l’equivalente cinese si trova non in Zhong Ahan jing ( l’equivalente di MN) ma in Zeng Ahan Jing, cioè in Ekottara Agama (8 juan,17,1= Luoyun – cioè Rahula). Cfr. Chizen Akanuma, The Comparative catalogue of Chinese Agamas & Pali Nikāayas, Nagoya, 1929; Delhi, Sri Satguru Public., 1990,127.

Meditazione sulla vacuità

Il metodo

La meditazione deve essere vissuta integralmente, con unità di corpo e mente. La Verità deve essere realizzata in noi stessi integralmente, non può essere solo il risultato di un’acquisizione intellettuale (anche se quest’ultima ha un ruolo importante) .

Per questo la meditazione sullo spazio è importante. Essa fornisce la struttura in cui collocare la conoscenza analitica della realtà senza per questo eccedere nella tendenza discorsiva.

Come abbiamo visto precedentemente lo spazio è neutro ed è l’esperienza che più si avvicina al Nirvana, la realizzazione suprema. Lo spazio è, apparentemente, il contenitore della nostra esperienza vitale. Vi è spazio sia fuori di noi che dentro di noi. Rimasi molto colpito, tempo fa, dalla visione (in TV) dello spazio che esiste fra le (cellule? Molecole? Non ricordo bene) del nostro corpo. Perciò, pratichiamo la meditazione sullo spazio! Essa può essere svolta con varie modalità e qui ne esporrò alcune. Non entrerò nei dettagli perché così ognuno potrà adattarla alla propria esperienza e capacità personale.

Possiamo arrivare all’esperienza dello spazio dalla pratica della benevolenza o gentilezza amorevole (metta/maitri ) . Sviluppiamo ad es. il sorriso interno, rivolgendolo ai vari organi del corpo, con gratitudine perché sostengono la nostra esperienza vitale, riempiamo tutto lo spazio interno e poi facciamo filtrare il sorriso stesso attraverso lo spazio fra le molecole del corpo, estendendolo fuori da noi; facciamolo poi passare anche attraverso lo spazio molecolare delle cose, espandendolo all’infinito.

Una variante di questa modalità è quella della meditazione sull’infinito. Osservate o ricordate nella vostra mente l’osservazione del cielo stellato. Assaporate la gioia che essa vi produce e pensate di condividerla con altri: estendetela gradualmente a una persona che vi ha fatto del bene, soffermandovi sulla condivisione del piacere della visione con questa persona; passate poi a una persona che vi è (relativamente) indifferente, a una persona verso cui provate avversione o che sapete che prova avversione per voi, a una persona cattiva, a una persona / persone che ha idee diverse dalle vostre… poi estendetelo fuori da voi a tutti gli esseri e in tutte le direzioni, all’infinito.

Una terza modalità è più strettamente vipassanica. Partite dalla pratica della consapevolezza, osservando le sensazioni fisiche (inclusi i rumori) e dei pensieri, anzi del pensare (con ciò intendendo non l’adesione ai singoli pensieri ma appunto l’osservazione distaccata del pensare, come se guardassimo da lontano, senza giudicarla, l’attività che si svolge nella nostra mente) . Fra le sensazioni osserviamo quella, piacevole, che viene dal sorriso interiore con cui dovremmo iniziare ogni meditazione e notiamo che questa non è solo una sensazione mentale ma anche fisica. Espandiamola agli spazi interni, sia alle cavità come stomaco, polmoni ecc. , sia agli spazi molecolari, facendola filtrare fuori da noi.

A questo punto, come nella prima modalità, irradiamo in ogni direzione. Una volta raggiunta una certa stabilizzazione di questa irradiazione continuiamo a praticare l’osservazione di sensazioni, rumori, pensieri con la consapevolezza di fondo che tutto ciò avviene “nello spazio” , sia interno che esterno; la stessa idea di spazio compare come un’idea nello spazio.

In una fase più avanzata di queste tre modalità si arriverà ad un buon livello di concentrazione. A questo punto si osserverà il quadro mentale che abbiamo di fronte, sia che si tratti di quello dell’irradiazione verso tutti gli esseri delle prime due modalità, sia che si tratti del quadro di osservazione di pensieri, sensazioni e percezioni “nello spazio”. Immaginiamo di strappare bruscamente questo quadro dove ancora esistono “cose” e… che cosa resta? Lo spazio vuoto, dove non c’è nulla di reale. Potrete ancora avere percezioni (suoni, sensazioni, pensieri) ma saranno fenomeni momentanei che appaiono e scompaiono nello spazio.

Ecco, questa è la struttura da cui possiamo osservare le cose. All’interno di questa struttura tutto ciò che accade accade qua e là, è fenomeno transitorio non “cosa”. Questo instaura una graduale e realizzativa comprensione di che cos’è la vacuità: l’assenza di un sé, l’assenza di un Io/mio.

Noto che anche Kathleen McDonald (Come Meditare/Chiara Luce Edizioni, p.60 e sgg., specialmente pag.62-63) pur partendo da una premessa più discorsiva (come fa una persona a riflettere e a rispondere – a freddo- a domande come: è il vostro io una creazione della vostra mente oppure è qualcosa che esiste concretamente ed indipendentemente di per sé? ) arriva poi a visualizzare una disintegrazione del corpo e della mente e poi dice: ” Rimanete in questa esperienza di spazio senza essere distratti da pensieri.”

La partenza è diversa ma il risultato è lo stesso e in ogni caso quello a cui si giunge è una comprensione, una realizzazione, che la realtà sorge in continuazione, che noi ne facciamo parte, un flusso di flussi in mezzo a un fluire più generale, che quello che esiste realmente è questo insieme di sensazioni, percezioni, materialità, pensare, coscienza, tendenze coscienziali…

Citerò qui Naagaarjuna, Mahaaprajnaaparamitaasaastra (che esiste solo nella sua traduzioine cinese, Dazhidu lun) : ” Occorre considerare lo spazio (akasa ) presente nel corpo. L’asceta considera dunque ininterrottamente il vuoto del corpo, simile a quello di una gabbia o di un pentolone; pensandovi continuamente, egli si libera dalla materia e non vede più il corpo, e questo accade sia per la materia esterna che per il vuoto corporale interno. Allora l’asceta può contemplare lo spazio immenso e infinito (apramaanaanantaakaasa ) . Ottenuta questa comntemplazione, egli non prova più né dolore né felicità e il suo spirito progredisce. E’ simile all’uccello che è chiuso in gabbia e che trova la sua uscita quando la gabbia è spezzata. Questa è l’aakaasasamaapatti [la realizzazione dello spazio]“.

22
nov

Calma e pace nella pratica informale

   Posted by: hamsah   in Insegnamenti dei Maestri

shakyamuni

del venerabile Ajahn Sucitto

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Roberto Masiani

DISCORSO TENUTO IL 6 APRILE 1997 A CIVITACASTELLANA. (Sati, 1998, n. 1)

Una questione importante è come sostenere la pratica nelle circostanze ordinarie della vita. Si tratta di una sfida che, nel contempo, ci aiuta a consolidare il giusto atteggiamento verso la meditazione e il Dhamma.

È facile dire che la vita ordinaria, con cose da fare, posti dove andare e rapidi stimoli sensoriali, è molto difficile, quasi di ostacolo per la meditazione. Ma forse dobbiamo chiederci se non siano le nostre opinioni sulla meditazione a determinare un conflitto con la realtà della vita quotidiana. Come utilizziamo concetti quali calma, tranquillità, trascendenza? Credo sia importante chiederci se per caso non usiamo questi concetti per creare un mondo separato dove rifugiarci, per non essere infastiditi da cose spiacevoli. È un problema che ha molto a che vedere con le idee che ci facciamo sulla pratica. Se prendiamo, ad esempio, il concetto di infinito, ce lo raffiguriamo sempre come qualcosa di molto, molto vasto. Così, se parliamo di ‘cuore illimitato’ pensiamo che debba essere molto, molto, molto grande. Ma non è in tal senso che il Buddha usava questi termini, non si tratta di realtà metafisiche, assolute. Indicano l’esperienza concreta della negazione dei nostri limiti. Infinito significa letteralmente che non si può misurare e illimitato significa che non ci sono limiti, frontiere. Infinito, quindi, non significa né piccolo né grande, significa non misurabile. Notate quanto spesso ci troviamo intenti a misurare in termini di “quanto sono calmo” o “quanto sono felice”, “quanto sto soffrendo”, “quanto sono in pace”, “potrei stare meglio di così”, “non dovrebbe essere così”, “potrebbe andare diversamente”. Sono tutte misurazioni secondo limiti che noi fissiamo. È proprio così, questo proiettare la perfezione e confrontare è un’attività della mente. La pratica buddhista è diretta a fermare questa attività.

È molto semplice: quando si interrompe questa attività, non ci sono più problemi. Sapete bene che è semplice, ma molto difficile! L’abitudine è così forte… Ecco perché il Buddha ha insegnato ‘la fine della sofferenza’: è un modo molto abile di descrivere l’obiettivo, invece di descriverlo come ‘la realizzazione della perfezione’ che sarebbe un disastro. Questa è la via che dobbiamo continuamente sperimentare. Dobbiamo essere pronti a vedere le nostre idee sulla pratica messe alla prova dall’esperienza della realtà quotidiana, con il suo karma, i suoi schemi, le sue abitudini. Rispetto al flusso degli eventi e dell’esperienza, dove nasce il conflitto e di che genere è? Solo così possiamo riconoscere – praticando la vipassana – come dukkha, il senso di insoddisfazione, dipenda dall’ignoranza e dal non vedere le cose chiaramente. Il risultato più ovvio di non vedere le cose chiaramente è sentirsi “sono questo”, “sono così”, “voglio essere così”, “non sono così”, il misurarsi, immaginarsi, giudicarsi. Portiamo questo atteggiamento in ogni cosa che facciamo, anche nella meditazione. Se c’è un atteggiamento di squilibrio, una posizione dualistica, di divisione, qualsiasi cosa ne derivi, per quanto si raggiungano stati sublimi di meditazione, condurrà sempre a quel senso di divisione e quindi di squilibrio.

Nell’insegnamento si parla di ‘origine interdipendente’. Possiamo vedere che dukkha dipende dall’ignoranza e al tempo stesso l’ignoranza dipende da dukkha. Se notiamo di sperimentare conflitto, sofferenza, insoddisfazione, laddove la reazione abituale o la condizione di fondo è un senso di “io sono”, “io non dovrei”, “io non voglio essere”, “perché sta succedendo proprio a me?”, questo senso di “io sono” è la cosa su cui focalizzare la nostra pratica di Dhamma. Lo sforzo per sostenere un’immagine rassicurante di sé è particolarmente accentuato nelle relazioni sociali e familiari. Ci possiamo rendere conto che in ogni contesto di vita, quando formuliamo ripetutamente pensieri quali: “io sono questo”, “non sono quest’altro”, “dovrei essere così”, “non voglio essere questo”, stabiliamo nei rapporti con gli altri un atteggiamento di difesa, conflitto o manipolazione. Ma se possiamo lasciare andare, se possiamo essere flessibili, fluidi, allora questa condizione personale di insoddisfazione può essere abbandonata. Il che significa che non la alimentiamo: non significa che non debba più esserci o ripresentarsi, dato che viviamo in una realtà potentemente condizionata dall’ignoranza e dal desiderio. Questo vuol dire che, comunque, abbiamo l’opportunità di osservare: questo è dukkha e ha una certa origine, questa è la sua cessazione, quello è il sentiero, la quarta nobile verità, il sentiero per uscire da dukkha che deriva dall’osservare effettivamente queste altre tre verità nello specifico contesto delle nostre relazioni con il mondo.

Nella nostra vita quotidiana, piuttosto che soffermarci su come dovremmo essere o cosa dovremmo avere, secondo una concezione statica della nostra identità, è più importante soffermarci su come agire. Così, invece di saltare da uno stato d’animo a un altro, cercando di trattenerlo per poi cambiare ancora, entriamo in una modalità di esperienza molto più dinamica. Per ciascuno di noi ogni giorno, in termini di stati d’animo, è una sequenza di ‘vittorie’ e ‘sconfitte’: passiamo continuamente da uno stato d’animo in cui ci sentiamo più o meno soddisfatti e vincenti a una condizione di delusione e abbattimento, per poi esaltarci nuovamente. Così generalmente va il mondo, ma se non ci ostiniamo a vedere le cose in questo modo abbiamo una possibilità, ed è questa in effetti la trascendenza. Così, per esempio, quando ci sentiamo disprezzati, non è necessario prendercela con qualcuno o difenderci, ma rimaniamo in contatto con l’emozione che proviamo. Quando vediamo che gli altri ci apprezzano, sentiamo pienamente ciò che sta succedendo. Possiamo vedere quali proiezioni della nostra personalità ruotino attorno a queste esperienze e come, una volta costruita una certa immagine di noi stessi, sorga un intero mondo per confermarla.

Durante un ritiro, potremmo pensare: “Ora il mio cuore è veramente aperto. Mi sento luminoso, gli uccelli cantano ed è una giornata di sole. Come è piacevole il mondo, com’è bello vivere nel sentiero del Dhamma e praticare profondamente! Ora mi sento proprio parte del sangha come tutti i discepoli del Buddha che sono qui. La vera natura umana tende alla perfezione, alla purezza; tutti si sforzano e prima o poi troveranno la loro via per l’illuminazione”. Poi arriviamo in città e qualcuno viene a sbattere contro la nostra macchina, che si rompe. Ci arrabbiamo e quello se ne va senza aiutarci. Corriamo a cercare un telefono per chiamare un’officina e farci aiutare, ma il meccanico dice: “Oggi non lavoro, è il mio giorno di riposo”. Ritorniamo di corsa alla macchina e troviamo che ci hanno rubato la borsa. Allora pensiamo: “Perché succedono sempre a me queste cose?”. E poi ci compiangiamo e ci sentiamo vittime delle circostanze avverse. In quel momento ci ritornano in mente tutte le sventure che ci sono capitate nella vita e pensiamo a quanto il mondo sia sempre stato crudele con noi.

Vedete come si può cambiare in fretta da un minuto all’altro. In effetti, ci identifichiamo rapidamente con le percezioni, e queste sono percezioni. Ma ci possiamo attaccare anche a particolari stati d’animo, come quelli più delicati, di maggior pace o maggior calma. Se proviamo uno stato particolare che pensiamo essere il migliore vorremmo essere sempre così e cerchiamo di trattenerlo, mentre uno stato di maggior agitazione, minore chiarezza, ci sembra da evitare.

Se con la pratica vogliamo cercare di approfondire questi temi della calma e della chiarezza interiore, allora è importante riconoscere e osservare cosa sia realmente la calma, come si sviluppa, come si sostiene, quali sono i suoi benefici, come effettivamente si deve applicare. A ben vedere la calma consiste nel possedere una struttura mentale particolarmente stabile. Questa struttura viene da sforzo, elasticità, fiducia e attenzione, non è una cosa fissa, permanente, rigida, non è qualcosa di cui ti puoi appropriare e aspettarti che resti lì, è qualcosa che viene determinato momento per momento dal concorso di questi fattori. Quando è intensa, la calma può far sorgere una sensazione particolare, un particolare stato d’animo, ci può essere una sensazione di sottile piacere, uno stato delicato e soffuso. Esagerando un po’ possiamo dire che si tratta di effetti collaterali, anche se non è proprio così. La caratteristica principale è un senso di stabilità non rigido: questo particolare aspetto della calma è ciò che più ci aiuta nella comprensione, nella saggezza e nella liberazione. La dolcezza e la piacevolezza della calma è come un balsamo per massaggi. È come mettere un unguento su qualcosa di rigido per ammorbidirlo un po’, così la mente comincia a rilassarsi. Sarebbe contraddittorio se dopo esservi rilassati vi aggrappaste con forza alla boccetta di unguento. Stringete questo unguento nelle vostre mani e cercate di spremerlo su ogni cosa, poi vi meravigliate che le mani non si stiano rilassando. Lo state usando nel modo sbagliato, lo state usando come un oggetto al quale attaccarsi, non come qualcosa che ci può aiutare a muoverci verso il non-attaccamento. Un altro esempio, forse più facile: quando ci inchiniamo di fronte all’immagine del Buddha, lo facciamo per alimentare un senso di affidamento, di fede e apertura, un modo di donare noi stessi. Sarebbe sbagliato aggrapparsi tutto il tempo alla statua del Buddha dicendo: “Tu sei il mio Buddha, potresti farmi un favore?”. Non credo che nessuno qui si comporti in questo modo, ma possiamo avere lo stesso genere di reazione verso la calma e verso la meditazione. In altre parole, esse diventano un oggetto rituale per sostenere il nostro senso di sé, per creare un confine. Se effettivamente le usi nel modo sbagliato non ottieni l’illimitato, ma un limite, un senso di sé molto forte e limitato. Ciò che deve essere coltivato continuamente è la stabilità che la calma aiuta a realizzare. Questo non attaccamento, questo senso di obiettività, è una capacità della mente molto fragile e mutevole. Con questa particolare capacità siamo in grado di comprendere il mondo in un modo benefico, qualsiasi cosa stia accadendo.

Il Buddha ha insegnato che esistono cinque khandha, cinque aggregati. Attraverso di essi si comprende il mondo, e per mondo si intende l’intero reame dell’esperienza. Il primo è la forma, ogni cosa con la quale veniamo in contatto, è l’impressione del contatto. Se per esempio vediamo qualcosa con gli occhi, la coscienza visiva entra in contatto con qualcosa, lo colpisce e non va oltre. Oppure, quando tocchiamo un oggetto o udiamo un suono, ogniqualvolta la coscienza sensitiva è aperta e colpisce qualcosa oppure ne è colpita, ciò che colpisce è la forma. Dobbiamo tenerlo in mente perché è la base dell’attenzione. Non si tratta tanto di cos’è, quanto piuttosto di cosa non è. Invece di tutto quel raffrontare e giudicare, delle proiezioni e delle aspettative, ci fermiamo alla forma, possiamo renderci conto che è una forma. Così, per esempio, questo è un corpo oppure, più semplicemente, questo è soltanto l’elemento ‘terra’, è qualcosa che occupa un certo spazio, ha una certa consistenza. Se qualcosa appare come forma deve essere stato modellato e deve essere modellabile. Quindi potete verificare che per legge di natura tutto ciò che è stato modellato è soggetto a cambiare, a scomparire, a rompersi, a diventare un’altra forma. Se guardate la vostra macchina è già un rottame. Quando sarà diventata un rottame non sorprendetevi. Lo stesso vale naturalmente per il nostro corpo, per il corpo degli altri, per tutte le cose che possiamo vedere. Non le vediamo brutte, ma vediamo che se in questo preciso momento sono così un giorno dovranno essere diverse e osserviamo la nostra sensazione rispetto a questo. Le consideriamo decadenti, brutte, rotte o spiacevoli perché abbiamo l’idea che un certo stato sia piacevole, attraente, bello nel modo in cui dovrebbe essere. A causa di questa visione errata, quando cambia diciamo che è rotto, brutto, decadente e non ci piace più.

Poi abbiamo le sensazioni che possono essere piacevoli, spiacevoli o neutre. Anch’esse sono mutevoli. Ad esempio, mangiando una cosa lo stesso contatto sensoriale può dare sensazioni mutevoli. Se qualcuno accarezza la tua mano, la prima volta può essere molto piacevole ed esclamiamo: “Che bella sensazione, fallo ancora… ohoo, molto bello!”. La terza volta: “Oh, molto bene, grazie, grazie, grazie”. Dopo un’ora e mezza: “Ma insomma, lasciami stare!”.

Le percezioni sono più complesse. Spesso percepiamo qualcosa e la mente riconosce a modo suo, interpreta secondo un’etichetta che le attribuisce. Hai qualcosa da mangiare, forse del pesce o qualcosa del genere. Può darsi che lo tagli e sembri molto duro: “Non è molto buono”, ma se fosse una bistecca ti sembrerebbe a posto. Quando mangi il pesce sa di cipolla, ti sembra cattivo, oppure mangi una cipolla e sa di fragola o bevi un caffè e sa di mora, senti che qualcosa non va, c’è qualcosa di cattivo.

In questi termini è abbastanza semplice, ma abbiamo serie di percezioni molto complesse sulle persone, secondo quello che ci aspettiamo dal loro comportamento, come interpretiamo i loro gesti, come misuriamo le loro parole di nuovo secondo il nostro modo di pensare o di parlare. Così ci offendiamo o siamo contrariati con estrema facilità, o ci sembra che qualcuno sia freddo con noi o viceversa troppo affettuoso o cose del genere. Se praticate, allora, potete riconoscere che “questa è una percezione”, “questa è una sensazione”. Nella mente ci può essere una sensazione di tristezza o paura o confusione che noi non neghiamo, bensì riconosciamo e sappiamo che dipende da quella particolare percezione che quella persona ci ricorda. Può capitare che una certa attività ci faccia sentire sciocchi. La percezione di essere in una situazione in cui ci sentiamo inetti ci rimbalza addosso e pensiamo di esserlo. Se però osservate “questa è una percezione, questa è una sensazione e dipende da circostanze e condizioni”, allora vi potete rendere conto che niente di tutto ciò è permanente, stabile, soddisfacente, niente corrisponde all’essenza del vostro essere o di come dovreste o non dovreste essere.

La preoccupazione di trovare situazioni in cui avere sensazioni e percezioni piacevoli è solo fonte di confusione perché, nella speranza di trovare sollievo, ci spinge ad aggrapparci a certe cose a spese di qualcun altro oppure a manipolare le situazioni in modo che favoriscano me ed escludano gli altri. Se osserviamo più da vicino quel che accade scopriamo che possiamo rilassarci cominciando semplicemente ad accettare quel che accade, prestando attenzione alla sua causa più profonda, quella sensazione di “ciò che io sono” considerandola ora soltanto come un oggetto di pratica. Piuttosto che desiderare di non avere un senso di “io sono”, riconosciamo che il senso di “io sono” è una cosa mutevole, è soltanto una attività della mente. Questa attività fa parte del quarto khandha, il sankhara, le formazioni mentali e i tentativi di creare un senso di sé. Sono riflessi condizionati. Ad esempio, quando uno è arrabbiato e si vuole difendere, questo è sankhara. Oppure si sente in colpa e si vuole punire perché non riesce ad accettare il fatto o la sensazione di aver sbagliato. La sensazione di aver sbagliato nasce dalle aspettative. Il regno del sankhara diventa così molto complesso, ma è soltanto qualcosa di cui dobbiamo prenderci cura riconoscendolo per quello che è, semplicemente un’attività della mente provocata da certi fattori. Naturalmente il risultato finale di felicità o compiacimento o colpa o paura è qualcosa di cui dobbiamo essere testimoni, ma la cosa importante è notare che non sono cose permanenti. Non è necessario cercare di liberarsi di queste cose, non certo in quel momento, dobbiamo semplicemente rilassare l’attività che le determina, che continua a produrre quei particolari stati mentali.

La coscienza è il quinto gruppo di khandha. La coscienza è come una esperienza totale di presenza; la presenza è coscienza, si tratta solo di riconoscerla. Tutte le esperienze dei sensi e della psiche che accadono, esistono nel regno della coscienza. È un po’ come ricordare. Se ricordi qualcosa molto intensamente, l’ampio reame della coscienza si apre. Nel ricordo ci sono gli umori, le emozioni, le immagini, le persone che appartengono a quel ricordo, tutto è presente, ma se sposti l’attenzione su qualcos’altro, scompare. In questo modo potete verificare che la coscienza dipende da una certa attività che consiste nel posizionare l’attenzione. Potete rendervi conto che spesso questo lavora contro di noi. Quando la mente viene catturata da una particolare idea o percezione, o da una determinata visione della realtà, possiamo esserne succubi. Ma la coscienza può essere guidata. Lo scopo della meditazione è comprendere questo. Perciò impariamo o almeno cerchiamo di imparare a portare la nostra attenzione sul respiro oppure su di un atteggiamento di gentilezza. Sono estremamente importanti la calma e l’intuizione che vengono dalla meditazione e ci indicano la direzione in cui portare la nostra coscienza. Quando calma e intuizione vengono insieme possiamo essere testimoni di qualsiasi esperienza come qualcosa di mutevole che non ci appartiene. Si tratta di ricordarselo, di continuare a vedere le cose in questo modo, non è qualcosa di cui ci si può impossessare nel tentativo di appiccicarlo come un etichetta su tutto quel che capita. Sarebbe come usare l’unguento nel modo sbagliato. È un tema di realizzazione, devi interrogarti su come usi questi temi, è qualcosa a cui devi arrivare con l’intelligenza, l’indagine, la focalizzazione, l’attenzione, la stabilizzazione interiore. “È mia questa emozione? È permanente questa sensazione? Questa idea di ciò che io sono è qualcosa di stabile destinata a durare? Questo stato d’animo in cui mi trovo è veramente me? Questo senso di piacere è qualcosa che posso avere per sempre?”. Dobbiamo investigare in questo modo per stabilizzarci e ottenere più calma, non è la calma di un particolare stato di coscienza, è una calma che ci aiuta a dirigere la coscienza verso la saggezza. Ci dirige verso la saggezza e la liberazione semplicemente perché è da lì che viene, non può fare niente altro. Non è necessario forzarla, crederci, trattenerla, è sufficiente portarla nella mente e lasciare che vi dica quello che ha da dirvi. Nelle nostre vite cerchiamo di stabilizzare, di sostenere questo modo di praticare. Quindi dobbiamo avere tempo durante il giorno per fare qualcosa che ci rigeneri, per ristabilire la fede, la fiducia, ricordare a cosa appartiene il Dhamma, da dove viene, e anche per renderci conto delle abitudini, di quanto siano profondamente radicate, di cosa ci può aiutare ad abbandonare alcune di queste abitudini.

Un maggior senso di pace e armonia non può esserci fornito da qualcosa di esterno. Quello che otteniamo è il risultato immediato delle nostre azioni, del nostro modo di reagire alle situazioni. Perciò restando in pace con noi stessi e con ogni altra cosa, che sia qui, lì, piccola, grande, passata, futura, ogni cosa che faremo dovrà avere quel risultato. Questo è il mio pensiero.

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