(Riadattato da un discorso fatto nell’intensivo di 3 giorni 2-4 gennaio 2003)

Ci capita,durante la meditazione, di avere la sensazione di stare sciupando il nostro tempo. Benché ci leghiamo al respiro, benché ci mormoriamo “pura at-ten-zio-ne” e benché in qualche maniera abbiamo una consapevolezza di fondo, soprattutto se riusciamo a fare “un passo indietro” rispetto ai fenomeni mentali e ad osservarli da lontano, pure ci capita di provare un senso di profonda insoddisfazione. Sì, forse per qualche momento abbiamo potuto sperimentare quella calma a cui agognamo, forse per qualche momento c’è stata piena consapevolezza. Ma poi il flusso dei pensieri è ripreso forte, qualche volta forse ci ha anche travolto anche se siamo subito ritornati all’attenzione. Sorge perciò in noi quel senso di frustrazione di chi vede la libertà desiderata così lontana, di chi percepisce come la nostra mente sia ancora riempita dal fluire ossessivo dei pensieri.

Vorrei però invitare a guardare l’altra faccia della collina. Questa faccia ci resta sconosciuta, mentre ci sta ben di fronte l’aspetto chiaro e luminoso dei risultati che non riusciamo ad ottenere. L’altra faccia è appunto quella dell’assenza di risultati, una faccia che ci appare nuda, vuota, desolata, senza quei meravigliosi alberi e cespugli che ci stanno invece davanti. Ma se andiamo a vedere la praticabilità dei due lati, la libertà di movimento dei due lati, scopriremo una cosa strana: là dove il terreno ci appare vuoto, privo di alberi e cespugli, possiamo camminare liberamente, mentre invece dove ci sono bellissimi alberi e cespugli ci muoviamo a stento. Che vuol dire questo?

Ne parlavo ieri, citando una frase del Don Juan di Carlos Castaneda, una frase che cito spesso: ” Viviamo in un universo predatore”; viviamo cioè in un universo dove la regola è l’afferrare, l’appropriazione, sia di cose materiali che di cose mentali. Siamo portati, anche nelle cose “spirituali”, ad esercitare inconsciamente l’arte dell’afferramento. Chogyam Trungpa parla giustamente di “materialismo spirituale”. Nella pratica religiosa sotto tutti i cieli e tutte le religioni questo materialismo spirituale è corrente. Basta vedere quanti sono i seguaci di Padre Pio, del vescovo (cardinale?) Milingo o, sotto altra bandiera, di alcuni guaritori Tibetani o della Soka Gakkai. La gente è talmente abituata a questa pratica dell’afferramento che una religiosità (non necessariamente una religione) che si basi sulla negazione dell’afferramento sembra una stravaganza marziana.

Ora il Buddha scoprì l’afferramento (upaadaana )come uno degli anelli della catena causale che porta in essere le cose come sono (yathabhutam ). E’ perciò evidente che non può esistere purificazione mentale là dove c’è afferramento, sia pure di ordine “spirituale”. E’ perciò vero che qualunque nostra pratica che abbia di vista, sia pure inconsciamente, un “afferramento spirituale” ci porta in una dimensione che è quella attuale, quella dell’afferrare e di conseguenza del “far sorgere”. Non voglio andare troppo lontano su questa strada per non perdere di vista l’argomento principale, che è:

IL ROVESCIAMENTO DELLA NOSTRA

CONCEZIONE:

NON CONSEGUIAMO NIENTE,

E’ QUELLO CHE VOGLIAMO (sic!)

Questo è apparentemente sconvolgente ed apparentemente mina la necessità di ogni pratica. Ed invece la pratica, la consapevolezza, è assolutamente necessaria. Diceva Dogen, un famoso maestro Zen, che sedersi in meditazione ed essere realizzati non sono due cose diverse, non c’è differenza fra loro. E’ cercare un obiettivo che è sbagliato. Ma se non cercassimo un obiettivo non faremmo niente. Bisogna perciò avere un obiettivo dimenticandosi l’obiettivo, uno dei tanti paradossi dell’illuminazione. L’illuminazione o risveglio è l’unificazione delle facce e dei paradossi ed un paradosso in se stessa. E’ come fare un salto. Per saltare dobbiamo avere prima l’intenzione di saltare ma non è che poi, mentre saltiamo, continuiamo ad avere l’idea: “Devo saltare”. Semplicemente lo facciamo.

Il risveglio o illuminazione non è un valore aggiunto, qualcosa che dobbiamo conseguire. E’, come ha detto qualcuno, un cambiamento psicologico profondo ed ovviamente, aggiungo io, questo cambiamento deve avere qualcosa a che fare con la rottura del venire in essere delle cose. Questa rottura può venire nel punto dell’afferramento. Se lasciamo andare ogni pratica dell’afferrare spirituale (questo può avvenire solo in un ritiro o intensivo. Nella pratica quotidiana sono altri gli afferramenti!), noi ci ritroviamo a lasciarci andare, a divenire calmi, rilassati. Il Nirvana è considerato la calma per eccellenza. Ma la necessità della consapevolezza si disvela qui. Se fosse solo una questione di rilassamento, chiunque faccia un po’ di training autogeno o yoga sarebbe illuminato, ma non è così. Rilassarsi può anzi portare all’addormentarsi che è proprio il contrario del

risvegliarsi. Allora è necessario che vi sia una consapevolezza a bilanciare il lasciarsi andare. Ed è altrettanto necessario che questa consapevolezza diventi una consapevolezza impersonale e non una consapevolezza del “io”-”mio”. Occorre il saltare, non il “io salto”.

Perciò siamo più avanti di quel che crediamo. Siamo già nell’acqua e forse ce ne accorgeremo prima o poi, smettendo di gridare: “Datemi da bere!”. E’ che bisogna decidersi ad esplorare l’altro aspetto della collina, ad accettare quell’aspetto, a rendersi conto di come si sia liberi là dove non ci sono cespugli, sia pur belli, ad ostacolarci.

Perciò è forse necessario (anzi toglierei il forse) abbandonare ogni idea di realizzazione spirituale. Ancora una volta si arriva al paradosso della quadratura del cerchio ( o forse meglio della circolarità di un quadrato): si ritorna alla semplicità (consapevole): Semplicemente stare. Semplicemente sto. Questo è già la realizzazione, la libertà. E’ la rottura del circuito di cui l’afferramento è un anello. E’ quello a cui accennava Dogen (anche se partendo da premesse diverse). In quanto ad ogni idea stessa di realizzazione, se ne può parlare ma per negarla. Oppure se ne può parlare, in termini convenzionali, così come si usa “io” pur sapendo che non esiste alcun “io” incondizionato. In effetti comunichiamo con il linguaggio. Oppure se ne può parlare con il silenzio che nella nostra pratica viene chiamato “il nobile silenzio”. In questi giorni abbiamo sperimentato qua e là il silenzio vero. Oppure il silenzio relativo dell’osservazione. Ma anche l’accettare la mente discorsiva va bene. Le cose sono così come sono venute in essere poiché vi sono cause e condizioni per questo. Aderire alle cose come sono, accettarle è scoprire che siamo già nell’acqua!

22
nov

Calma e pace nella pratica informale

   Posted by: hamsah   in Insegnamenti dei Maestri

shakyamuni

del venerabile Ajahn Sucitto

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Roberto Masiani

DISCORSO TENUTO IL 6 APRILE 1997 A CIVITACASTELLANA. (Sati, 1998, n. 1)

Una questione importante è come sostenere la pratica nelle circostanze ordinarie della vita. Si tratta di una sfida che, nel contempo, ci aiuta a consolidare il giusto atteggiamento verso la meditazione e il Dhamma.

È facile dire che la vita ordinaria, con cose da fare, posti dove andare e rapidi stimoli sensoriali, è molto difficile, quasi di ostacolo per la meditazione. Ma forse dobbiamo chiederci se non siano le nostre opinioni sulla meditazione a determinare un conflitto con la realtà della vita quotidiana. Come utilizziamo concetti quali calma, tranquillità, trascendenza? Credo sia importante chiederci se per caso non usiamo questi concetti per creare un mondo separato dove rifugiarci, per non essere infastiditi da cose spiacevoli. È un problema che ha molto a che vedere con le idee che ci facciamo sulla pratica. Se prendiamo, ad esempio, il concetto di infinito, ce lo raffiguriamo sempre come qualcosa di molto, molto vasto. Così, se parliamo di ‘cuore illimitato’ pensiamo che debba essere molto, molto, molto grande. Ma non è in tal senso che il Buddha usava questi termini, non si tratta di realtà metafisiche, assolute. Indicano l’esperienza concreta della negazione dei nostri limiti. Infinito significa letteralmente che non si può misurare e illimitato significa che non ci sono limiti, frontiere. Infinito, quindi, non significa né piccolo né grande, significa non misurabile. Notate quanto spesso ci troviamo intenti a misurare in termini di “quanto sono calmo” o “quanto sono felice”, “quanto sto soffrendo”, “quanto sono in pace”, “potrei stare meglio di così”, “non dovrebbe essere così”, “potrebbe andare diversamente”. Sono tutte misurazioni secondo limiti che noi fissiamo. È proprio così, questo proiettare la perfezione e confrontare è un’attività della mente. La pratica buddhista è diretta a fermare questa attività.

È molto semplice: quando si interrompe questa attività, non ci sono più problemi. Sapete bene che è semplice, ma molto difficile! L’abitudine è così forte… Ecco perché il Buddha ha insegnato ‘la fine della sofferenza’: è un modo molto abile di descrivere l’obiettivo, invece di descriverlo come ‘la realizzazione della perfezione’ che sarebbe un disastro. Questa è la via che dobbiamo continuamente sperimentare. Dobbiamo essere pronti a vedere le nostre idee sulla pratica messe alla prova dall’esperienza della realtà quotidiana, con il suo karma, i suoi schemi, le sue abitudini. Rispetto al flusso degli eventi e dell’esperienza, dove nasce il conflitto e di che genere è? Solo così possiamo riconoscere – praticando la vipassana – come dukkha, il senso di insoddisfazione, dipenda dall’ignoranza e dal non vedere le cose chiaramente. Il risultato più ovvio di non vedere le cose chiaramente è sentirsi “sono questo”, “sono così”, “voglio essere così”, “non sono così”, il misurarsi, immaginarsi, giudicarsi. Portiamo questo atteggiamento in ogni cosa che facciamo, anche nella meditazione. Se c’è un atteggiamento di squilibrio, una posizione dualistica, di divisione, qualsiasi cosa ne derivi, per quanto si raggiungano stati sublimi di meditazione, condurrà sempre a quel senso di divisione e quindi di squilibrio.

Nell’insegnamento si parla di ‘origine interdipendente’. Possiamo vedere che dukkha dipende dall’ignoranza e al tempo stesso l’ignoranza dipende da dukkha. Se notiamo di sperimentare conflitto, sofferenza, insoddisfazione, laddove la reazione abituale o la condizione di fondo è un senso di “io sono”, “io non dovrei”, “io non voglio essere”, “perché sta succedendo proprio a me?”, questo senso di “io sono” è la cosa su cui focalizzare la nostra pratica di Dhamma. Lo sforzo per sostenere un’immagine rassicurante di sé è particolarmente accentuato nelle relazioni sociali e familiari. Ci possiamo rendere conto che in ogni contesto di vita, quando formuliamo ripetutamente pensieri quali: “io sono questo”, “non sono quest’altro”, “dovrei essere così”, “non voglio essere questo”, stabiliamo nei rapporti con gli altri un atteggiamento di difesa, conflitto o manipolazione. Ma se possiamo lasciare andare, se possiamo essere flessibili, fluidi, allora questa condizione personale di insoddisfazione può essere abbandonata. Il che significa che non la alimentiamo: non significa che non debba più esserci o ripresentarsi, dato che viviamo in una realtà potentemente condizionata dall’ignoranza e dal desiderio. Questo vuol dire che, comunque, abbiamo l’opportunità di osservare: questo è dukkha e ha una certa origine, questa è la sua cessazione, quello è il sentiero, la quarta nobile verità, il sentiero per uscire da dukkha che deriva dall’osservare effettivamente queste altre tre verità nello specifico contesto delle nostre relazioni con il mondo.

Nella nostra vita quotidiana, piuttosto che soffermarci su come dovremmo essere o cosa dovremmo avere, secondo una concezione statica della nostra identità, è più importante soffermarci su come agire. Così, invece di saltare da uno stato d’animo a un altro, cercando di trattenerlo per poi cambiare ancora, entriamo in una modalità di esperienza molto più dinamica. Per ciascuno di noi ogni giorno, in termini di stati d’animo, è una sequenza di ‘vittorie’ e ‘sconfitte’: passiamo continuamente da uno stato d’animo in cui ci sentiamo più o meno soddisfatti e vincenti a una condizione di delusione e abbattimento, per poi esaltarci nuovamente. Così generalmente va il mondo, ma se non ci ostiniamo a vedere le cose in questo modo abbiamo una possibilità, ed è questa in effetti la trascendenza. Così, per esempio, quando ci sentiamo disprezzati, non è necessario prendercela con qualcuno o difenderci, ma rimaniamo in contatto con l’emozione che proviamo. Quando vediamo che gli altri ci apprezzano, sentiamo pienamente ciò che sta succedendo. Possiamo vedere quali proiezioni della nostra personalità ruotino attorno a queste esperienze e come, una volta costruita una certa immagine di noi stessi, sorga un intero mondo per confermarla.

Durante un ritiro, potremmo pensare: “Ora il mio cuore è veramente aperto. Mi sento luminoso, gli uccelli cantano ed è una giornata di sole. Come è piacevole il mondo, com’è bello vivere nel sentiero del Dhamma e praticare profondamente! Ora mi sento proprio parte del sangha come tutti i discepoli del Buddha che sono qui. La vera natura umana tende alla perfezione, alla purezza; tutti si sforzano e prima o poi troveranno la loro via per l’illuminazione”. Poi arriviamo in città e qualcuno viene a sbattere contro la nostra macchina, che si rompe. Ci arrabbiamo e quello se ne va senza aiutarci. Corriamo a cercare un telefono per chiamare un’officina e farci aiutare, ma il meccanico dice: “Oggi non lavoro, è il mio giorno di riposo”. Ritorniamo di corsa alla macchina e troviamo che ci hanno rubato la borsa. Allora pensiamo: “Perché succedono sempre a me queste cose?”. E poi ci compiangiamo e ci sentiamo vittime delle circostanze avverse. In quel momento ci ritornano in mente tutte le sventure che ci sono capitate nella vita e pensiamo a quanto il mondo sia sempre stato crudele con noi.

Vedete come si può cambiare in fretta da un minuto all’altro. In effetti, ci identifichiamo rapidamente con le percezioni, e queste sono percezioni. Ma ci possiamo attaccare anche a particolari stati d’animo, come quelli più delicati, di maggior pace o maggior calma. Se proviamo uno stato particolare che pensiamo essere il migliore vorremmo essere sempre così e cerchiamo di trattenerlo, mentre uno stato di maggior agitazione, minore chiarezza, ci sembra da evitare.

Se con la pratica vogliamo cercare di approfondire questi temi della calma e della chiarezza interiore, allora è importante riconoscere e osservare cosa sia realmente la calma, come si sviluppa, come si sostiene, quali sono i suoi benefici, come effettivamente si deve applicare. A ben vedere la calma consiste nel possedere una struttura mentale particolarmente stabile. Questa struttura viene da sforzo, elasticità, fiducia e attenzione, non è una cosa fissa, permanente, rigida, non è qualcosa di cui ti puoi appropriare e aspettarti che resti lì, è qualcosa che viene determinato momento per momento dal concorso di questi fattori. Quando è intensa, la calma può far sorgere una sensazione particolare, un particolare stato d’animo, ci può essere una sensazione di sottile piacere, uno stato delicato e soffuso. Esagerando un po’ possiamo dire che si tratta di effetti collaterali, anche se non è proprio così. La caratteristica principale è un senso di stabilità non rigido: questo particolare aspetto della calma è ciò che più ci aiuta nella comprensione, nella saggezza e nella liberazione. La dolcezza e la piacevolezza della calma è come un balsamo per massaggi. È come mettere un unguento su qualcosa di rigido per ammorbidirlo un po’, così la mente comincia a rilassarsi. Sarebbe contraddittorio se dopo esservi rilassati vi aggrappaste con forza alla boccetta di unguento. Stringete questo unguento nelle vostre mani e cercate di spremerlo su ogni cosa, poi vi meravigliate che le mani non si stiano rilassando. Lo state usando nel modo sbagliato, lo state usando come un oggetto al quale attaccarsi, non come qualcosa che ci può aiutare a muoverci verso il non-attaccamento. Un altro esempio, forse più facile: quando ci inchiniamo di fronte all’immagine del Buddha, lo facciamo per alimentare un senso di affidamento, di fede e apertura, un modo di donare noi stessi. Sarebbe sbagliato aggrapparsi tutto il tempo alla statua del Buddha dicendo: “Tu sei il mio Buddha, potresti farmi un favore?”. Non credo che nessuno qui si comporti in questo modo, ma possiamo avere lo stesso genere di reazione verso la calma e verso la meditazione. In altre parole, esse diventano un oggetto rituale per sostenere il nostro senso di sé, per creare un confine. Se effettivamente le usi nel modo sbagliato non ottieni l’illimitato, ma un limite, un senso di sé molto forte e limitato. Ciò che deve essere coltivato continuamente è la stabilità che la calma aiuta a realizzare. Questo non attaccamento, questo senso di obiettività, è una capacità della mente molto fragile e mutevole. Con questa particolare capacità siamo in grado di comprendere il mondo in un modo benefico, qualsiasi cosa stia accadendo.

Il Buddha ha insegnato che esistono cinque khandha, cinque aggregati. Attraverso di essi si comprende il mondo, e per mondo si intende l’intero reame dell’esperienza. Il primo è la forma, ogni cosa con la quale veniamo in contatto, è l’impressione del contatto. Se per esempio vediamo qualcosa con gli occhi, la coscienza visiva entra in contatto con qualcosa, lo colpisce e non va oltre. Oppure, quando tocchiamo un oggetto o udiamo un suono, ogniqualvolta la coscienza sensitiva è aperta e colpisce qualcosa oppure ne è colpita, ciò che colpisce è la forma. Dobbiamo tenerlo in mente perché è la base dell’attenzione. Non si tratta tanto di cos’è, quanto piuttosto di cosa non è. Invece di tutto quel raffrontare e giudicare, delle proiezioni e delle aspettative, ci fermiamo alla forma, possiamo renderci conto che è una forma. Così, per esempio, questo è un corpo oppure, più semplicemente, questo è soltanto l’elemento ‘terra’, è qualcosa che occupa un certo spazio, ha una certa consistenza. Se qualcosa appare come forma deve essere stato modellato e deve essere modellabile. Quindi potete verificare che per legge di natura tutto ciò che è stato modellato è soggetto a cambiare, a scomparire, a rompersi, a diventare un’altra forma. Se guardate la vostra macchina è già un rottame. Quando sarà diventata un rottame non sorprendetevi. Lo stesso vale naturalmente per il nostro corpo, per il corpo degli altri, per tutte le cose che possiamo vedere. Non le vediamo brutte, ma vediamo che se in questo preciso momento sono così un giorno dovranno essere diverse e osserviamo la nostra sensazione rispetto a questo. Le consideriamo decadenti, brutte, rotte o spiacevoli perché abbiamo l’idea che un certo stato sia piacevole, attraente, bello nel modo in cui dovrebbe essere. A causa di questa visione errata, quando cambia diciamo che è rotto, brutto, decadente e non ci piace più.

Poi abbiamo le sensazioni che possono essere piacevoli, spiacevoli o neutre. Anch’esse sono mutevoli. Ad esempio, mangiando una cosa lo stesso contatto sensoriale può dare sensazioni mutevoli. Se qualcuno accarezza la tua mano, la prima volta può essere molto piacevole ed esclamiamo: “Che bella sensazione, fallo ancora… ohoo, molto bello!”. La terza volta: “Oh, molto bene, grazie, grazie, grazie”. Dopo un’ora e mezza: “Ma insomma, lasciami stare!”.

Le percezioni sono più complesse. Spesso percepiamo qualcosa e la mente riconosce a modo suo, interpreta secondo un’etichetta che le attribuisce. Hai qualcosa da mangiare, forse del pesce o qualcosa del genere. Può darsi che lo tagli e sembri molto duro: “Non è molto buono”, ma se fosse una bistecca ti sembrerebbe a posto. Quando mangi il pesce sa di cipolla, ti sembra cattivo, oppure mangi una cipolla e sa di fragola o bevi un caffè e sa di mora, senti che qualcosa non va, c’è qualcosa di cattivo.

In questi termini è abbastanza semplice, ma abbiamo serie di percezioni molto complesse sulle persone, secondo quello che ci aspettiamo dal loro comportamento, come interpretiamo i loro gesti, come misuriamo le loro parole di nuovo secondo il nostro modo di pensare o di parlare. Così ci offendiamo o siamo contrariati con estrema facilità, o ci sembra che qualcuno sia freddo con noi o viceversa troppo affettuoso o cose del genere. Se praticate, allora, potete riconoscere che “questa è una percezione”, “questa è una sensazione”. Nella mente ci può essere una sensazione di tristezza o paura o confusione che noi non neghiamo, bensì riconosciamo e sappiamo che dipende da quella particolare percezione che quella persona ci ricorda. Può capitare che una certa attività ci faccia sentire sciocchi. La percezione di essere in una situazione in cui ci sentiamo inetti ci rimbalza addosso e pensiamo di esserlo. Se però osservate “questa è una percezione, questa è una sensazione e dipende da circostanze e condizioni”, allora vi potete rendere conto che niente di tutto ciò è permanente, stabile, soddisfacente, niente corrisponde all’essenza del vostro essere o di come dovreste o non dovreste essere.

La preoccupazione di trovare situazioni in cui avere sensazioni e percezioni piacevoli è solo fonte di confusione perché, nella speranza di trovare sollievo, ci spinge ad aggrapparci a certe cose a spese di qualcun altro oppure a manipolare le situazioni in modo che favoriscano me ed escludano gli altri. Se osserviamo più da vicino quel che accade scopriamo che possiamo rilassarci cominciando semplicemente ad accettare quel che accade, prestando attenzione alla sua causa più profonda, quella sensazione di “ciò che io sono” considerandola ora soltanto come un oggetto di pratica. Piuttosto che desiderare di non avere un senso di “io sono”, riconosciamo che il senso di “io sono” è una cosa mutevole, è soltanto una attività della mente. Questa attività fa parte del quarto khandha, il sankhara, le formazioni mentali e i tentativi di creare un senso di sé. Sono riflessi condizionati. Ad esempio, quando uno è arrabbiato e si vuole difendere, questo è sankhara. Oppure si sente in colpa e si vuole punire perché non riesce ad accettare il fatto o la sensazione di aver sbagliato. La sensazione di aver sbagliato nasce dalle aspettative. Il regno del sankhara diventa così molto complesso, ma è soltanto qualcosa di cui dobbiamo prenderci cura riconoscendolo per quello che è, semplicemente un’attività della mente provocata da certi fattori. Naturalmente il risultato finale di felicità o compiacimento o colpa o paura è qualcosa di cui dobbiamo essere testimoni, ma la cosa importante è notare che non sono cose permanenti. Non è necessario cercare di liberarsi di queste cose, non certo in quel momento, dobbiamo semplicemente rilassare l’attività che le determina, che continua a produrre quei particolari stati mentali.

La coscienza è il quinto gruppo di khandha. La coscienza è come una esperienza totale di presenza; la presenza è coscienza, si tratta solo di riconoscerla. Tutte le esperienze dei sensi e della psiche che accadono, esistono nel regno della coscienza. È un po’ come ricordare. Se ricordi qualcosa molto intensamente, l’ampio reame della coscienza si apre. Nel ricordo ci sono gli umori, le emozioni, le immagini, le persone che appartengono a quel ricordo, tutto è presente, ma se sposti l’attenzione su qualcos’altro, scompare. In questo modo potete verificare che la coscienza dipende da una certa attività che consiste nel posizionare l’attenzione. Potete rendervi conto che spesso questo lavora contro di noi. Quando la mente viene catturata da una particolare idea o percezione, o da una determinata visione della realtà, possiamo esserne succubi. Ma la coscienza può essere guidata. Lo scopo della meditazione è comprendere questo. Perciò impariamo o almeno cerchiamo di imparare a portare la nostra attenzione sul respiro oppure su di un atteggiamento di gentilezza. Sono estremamente importanti la calma e l’intuizione che vengono dalla meditazione e ci indicano la direzione in cui portare la nostra coscienza. Quando calma e intuizione vengono insieme possiamo essere testimoni di qualsiasi esperienza come qualcosa di mutevole che non ci appartiene. Si tratta di ricordarselo, di continuare a vedere le cose in questo modo, non è qualcosa di cui ci si può impossessare nel tentativo di appiccicarlo come un etichetta su tutto quel che capita. Sarebbe come usare l’unguento nel modo sbagliato. È un tema di realizzazione, devi interrogarti su come usi questi temi, è qualcosa a cui devi arrivare con l’intelligenza, l’indagine, la focalizzazione, l’attenzione, la stabilizzazione interiore. “È mia questa emozione? È permanente questa sensazione? Questa idea di ciò che io sono è qualcosa di stabile destinata a durare? Questo stato d’animo in cui mi trovo è veramente me? Questo senso di piacere è qualcosa che posso avere per sempre?”. Dobbiamo investigare in questo modo per stabilizzarci e ottenere più calma, non è la calma di un particolare stato di coscienza, è una calma che ci aiuta a dirigere la coscienza verso la saggezza. Ci dirige verso la saggezza e la liberazione semplicemente perché è da lì che viene, non può fare niente altro. Non è necessario forzarla, crederci, trattenerla, è sufficiente portarla nella mente e lasciare che vi dica quello che ha da dirvi. Nelle nostre vite cerchiamo di stabilizzare, di sostenere questo modo di praticare. Quindi dobbiamo avere tempo durante il giorno per fare qualcosa che ci rigeneri, per ristabilire la fede, la fiducia, ricordare a cosa appartiene il Dhamma, da dove viene, e anche per renderci conto delle abitudini, di quanto siano profondamente radicate, di cosa ci può aiutare ad abbandonare alcune di queste abitudini.

Un maggior senso di pace e armonia non può esserci fornito da qualcosa di esterno. Quello che otteniamo è il risultato immediato delle nostre azioni, del nostro modo di reagire alle situazioni. Perciò restando in pace con noi stessi e con ogni altra cosa, che sia qui, lì, piccola, grande, passata, futura, ogni cosa che faremo dovrà avere quel risultato. Questo è il mio pensiero.

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