29
ago

Un post a caso:
La Via del Mistico

   Posted by: hamsah   in Insegnamenti dei Maestri

di Sister Ajahn Medhanandi

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Tradotto da Gabriella De Franchis
Tratto dal libro “Freeing the heart”, reperibile dal sito www.amaravati.org.

Quando abbiamo iniziato questo viaggio insieme, vi ho invitato a seguirmi nel viaggio di un mistico, a mettere piede su una barca strana, un vascello dalle dimensioni sconosciute, e lasciare che prendesse il largo, senza in realtà sapere dove stavate andando; affrontare lo sconosciuto con un cuore aperto, senza alcun sostegno apparente, senza alcuna promessa. Soltanto la via che abbiamo davanti a noi e la via dentro di noi; un viaggiatore interiore che abbandona i piaceri del mondo e s’immerge nella profondità dei recessi della propria mente-cuore-corpo, da solo.

Nell’ imbarcarci in questo viaggio interiore, abbiamo deciso di usare come bussola una corretta presenza mentale, portare come testimoni del momento presente un’attenzione vigile, un’osservazione sagace e una chiara visione, e d’essere pronti ad affrontare qualsiasi impedimento od ostacolo che dovesse presentarsi sul nostro cammino, con una consapevolezza risvegliata e con la nostra presenza pura. Una simile pratica richiede un profondo impegno, perseveranza e “fervida pazienza”, per tornare costantemente indietro, ogni volta, sempre a questo momento.

Viviamo in una società nella quale siamo abituati ad essere soddisfatti velocemente, ad ottenere quello che vogliamo e ad avere il controllo delle cose. In questa pratica però, non funziona così. Dobbiamo avere la fede e la volontà di arrenderci al momento presente, e così facendo, essere annientati, bruciati, entrare nel fuoco della mente, senza volere che non ci faccia male e semplicemente rimanere lì, seduti: entriamo in un olocausto spirituale.

Trovo questa frase molto forte, perché la maggior parte dei miei parenti è stata uccisa durante la seconda guerra mondiale. Mio padre mi raccontò la storia di come a mio nonno fu data la possibilità di salvarsi, perché era un costruttore e avevano bisogno delle sue competenze. Lui però, scelse di andare con la sua famiglia. Andò incontro alla morte tenendo tra le braccia la sua nipotina. Considero straordinariamente eroico quest’atto di coraggiosa arresa per amore della propria famiglia.

Recentemente ho letto i diari di Ettie Hillesum, una giovane olandese di talento, morta ad Auschwitz. Aveva solo 29 anni. Nel condividere i suoi momenti molto intimi di preghiera e di faticosa lotta per farsi strada in una vita fatta a pezzi in modi mostruosi, percorre le orme del viaggio del mistico che ognuno di noi ha intrapreso, la via che porta al di là di tutte le afflizioni mentali e fisiche, nel regno del senza tempo, dell’Immortale:

“Ho guardato la nostra distruzione, la nostra orribile fine dritto negli occhi e l’ho accettata nella mia vita. Continuo a crescere giorno dopo giorno, anche quando la morte appare inevitabile, perché la mia vita, con la morte, si è prolungata…

Vivere e morire, dolore e gioia, le vesciche ai piedi e il gelsomino dietro la casa, la persecuzione, gli orrori indicibili – sono un’unica cosa in me, e io li accetto tutti come un unico immenso insieme.

Ettie ci esorta a non perdere energie nella paura della morte o nel rifiuto di ammettere la sua inevitabilità, ad accettare la morte nella nostra vita, non con rassegnazione e amarezza ma “piegandoci all’inevitabile”, guardando la morte “dritto negli occhi….. sostenuti dalla certezza che, alla fine, non ci possono portare via niente d’importante.”.

Dobbiamo abbandonare tutto ciò che è più caro al piacere dei nostri sensi e passare attraverso una notte buia nella quale viviamo senza il loro aiuto e conforto. Poi, dopo aver fatto questo, dobbiamo sacrificare anche i nostri pensieri e le nostre scelte e, privati dei sostegni a noi familiari, passare per una notte ancora più buia. Questa è una specie di morte …. e, una volta superato tutto, il nostro vuoto sarà colmato da una nuova presenza.”. (da ‘An Interrupted life’ e ‘Letters from Westerbork’ di Ettie Hillesum, trad. di Arnold J. Pomerans)

In questa combustione dell’”io” o ego, ci viene anche richiesto di abbandonarci completamente a ciò che non conosciamo, con chiara presenza mentale, con coraggio e arrendevolezza. Di questo sconosciuto, imprevedibile momento sappiamo solo che la cosa migliore da fare è incontrarlo con piena consapevolezza e attenzione. E non appena saremo in grado di andare verso questo momento, l’unico momento che abbiamo, con eroica arrendevolezza, gusteremo la pace.

Siamo qui per imparare proprio questa alchimia del cuore. Non ci viene chiesto di fare alcunché di insensato o dannoso, non ci viene chiesto di suicidarci o di annientarci, ma solo di imparare a morire a noi stessi. Non è una morte fisica ma è un morire spirituale che ci riporta pienamente nella vita di adesso, momento coraggioso dopo momento coraggioso.

Poiché morendo al momento presente lasciamo andare tutte le attese e le speranze, tutte le paure e i desideri, tutto il senso del sé e della propria storia personale, questo tipo di morte è un vero svuotamento ed è, di fatto, la nostra redenzione.

Venire qua, contemplare la morte e offrire dediche ai nostri genitori, figli, amici che sono morti in modi tragici e angoscianti o che vivono nella sofferenza per l’AIDS, il cancro, l’Alzheimer, la paralisi, le malattie mentali o i maltrattamenti, è stato un atto di coraggio. Di fronte a simili afflizioni, che colpiscono le nostre vite o le vite dei nostri familiari e amici, è naturale per noi provare un dolore devastante, uno svuotamento, un’oscurità tale nel cuore, che tutto è fuorché che pace. Quindi, messi di fronte ad una perdita e ad un dolore così devastanti, è possibile conoscere la pace? Possiamo entrare nel fuoco della nostra sofferenza e lasciare che bruci dentro di noi senza esserne bruciati?

Ettie aveva sopportato violenze fisiche e mentali della peggiore specie, ma non si è lasciata prendere dall’odio o dal risentimento verso i suoi carnefici, né ha perso la sua dignità di essere umano, neanche quando nel suo mondo non c’era più niente in cui sperare all’infuori che nella sua sofferenza. Tutto quello che poteva fare era prendere rifugio in se stessa.

Questo modo di rispondere alla vita e alla morte è in sintonia con gli insegnamenti del Buddha. Nei sutta leggiamo le istruzioni del Buddha ai discepoli nei periodi di calamità o di dolore e i modi in cui si usava il Dhamma per trasformare le loro sofferenze, attraverso le conoscenze della visione profonda e la comprensione.

Vediamo un esempio di questo nel Venerabile Ananda, un bhikkhu anziano da lungo tempo devoto ai Tre Gioielli, che prestava il suo servizio come attendente personale del Buddha e che veniva chiamato di frequente per tenere discorsi sugli insegnamenti. Ma dopo la dipartita del Venerabile Sariputta, Ananda provò così tanto dolore per la sua morte, che si sentì “quasi come se fosse caduto in un abisso”. E mentre si trovava in questo stato, non era neanche in grado di trovare nel Dhamma la forza per potere sopportare questa schiacciante sensazione di perdita. Fu soltanto quando il Beato lo confortò e gli chiese se la morte di Sariputta poteva portare via le virtù di Ananda: la saggezza, la liberazione e la consapevolezza della liberazione, che il dolore di Ananda si placò.

Come Ananda, dobbiamo renderci conto che la nostra stessa sofferenza, la perdita dei nostri cari, anche affrontare la nostra stessa estinzione, non sminuisce le nobili qualità che sono in noi. Dobbiamo iniziare a riflettere sull’inevitabilità della morte, “Tutto ciò che è mio, amato e piacevole, diventerà qualcos’altro, si separerà da me, ” (Dasadhamma Sutta, Ang.10) e cercare rifugio in noi stessi, in nessun altro, per essere la nostra “isola e rifugio.” (Samyutta Nikaya 47:13)

Nella storia di Kisogatami, quest’insegnamento è stato meravigliosamente riportato in vita. Aveva fatto un buon matrimonio, nonostante la sua povertà e l’aspetto poco attraente, e quando diede alla luce un bimbo, ottenne finalmente l’approvazione dei parenti acquisiti. Improvvisamente il bambino morì. Niente poteva essere più tragico per Kisagotami che si rifiutò di accettare la morte del suo figlioletto. Disperata, andò a trovare il Buddha col bambino tra le braccia, credendo che il Beato potesse risuscitarlo.

Il Buddha le chiese di procurarsi una piccola quantità di semi di mostarda, provenienti da una casa dove non era mai morto nessuno. Non potendo trovare casa risparmiata dalla mano implacabile della morte, nella sua mente sorse la visione profonda dell’impermanenza di tutti i fenomeni condizionati. Così Kisogatami fu in grado di andare oltre “la morte dei figli”, oltre la sofferenza. (S.N. 5)

Uno dei racconti che meglio dà il senso di come la tragedia personale possa condurre alla visione profonda di anicca e al risveglio spirituale, riguarda la bella Patacara, anch’essa vissuta nel periodo del Buddha. Nata in una famiglia benestante di mercanti di Savatthi fuggì, ancora molto giovane, con il suo amante per evitare il matrimonio che i suoi genitori super-protettivi avevano organizzato per lei. Temendo l’ira del padre di Patacara, la giovane coppia si stabilì in un luogo remoto.

Patacara rimase incinta per due volte e tutte e due le volte, nonostante il rifiuto del marito ad accompagnarla, la giovane ostinata, si mise in viaggio per Savatthi in segreto, da sola, nella speranza che la nascita del figlio avrebbe intenerito il cuore dei suoi genitori e portato la riconciliazione. Ogni volta suo marito la seguì e la trovò. La prima volta la nascita del bambino in viaggio li costrinse a tornare in fretta, prima che raggiungessero Savatthi.

Ma il secondo viaggio portò una serie di eventi disastrosi. In primo luogo Patacara dovette sopportare la fatica di partorire il figlio in una violenta tempesta senza riparo né sostegno. Il mattino seguente scoprì il corpo del marito; era morto a causa di un morso di serpente mentre cercava del materiale per fare un riparo contro la tempesta. Poi, mentre da sola cercava con tutte le sue forze di raggiungere Savatthi, il neonato le fu strappato via dagli artigli di un falco e, in un attimo, il suo primogenito annegò accidentalmente, travolto dalle tumultuose correnti di un fiume che stavano cercando di attraversare. E infine, quando giunse a Savatthi, esausta e affranta dal dolore, Patacara apprese che i suoi genitori e suo fratello erano appena morti nell’incendio che aveva distrutto la casa di famiglia.

Quando Patacara comparve davanti al Beato, era ormai quasi impazzita dal dolore e dalla disperazione. Riconoscendo la sua volontà ad ascoltare il Dramma e pieno di compassione nei suoi confronti il Buddha le diede l’insegnamento sui pericoli del samsara:

“Non affliggerti più. Sei venuta da colui che è in grado di essere il tuo riparo e rifugio. Non è solo da oggi che incontri calamità e disastri, ma per tutto questo ciclo di esistenze senza inizio; piangendo per la perdita dei tuoi figli e dei tuoi cari, hai versato più lacrime che le acque dei quattro oceani.”

“I quattro oceani non contengono che poca acqua in paragone a tutte le lacrime che abbiamo versato, tormentati dal dispiacere, disorientati dal dolore. Perché, oh donna, sei ancora disattenta?”

Commentario del Dhammapada 2:268; Legende buddhiste, 2:255 (citato nei ‘Great Disciples of the Buddha’, a cura di Nyanaponika Thera e Hellmuth Hecker).

Lei realizzò subito, con penetrante visione profonda, la natura di tutte le cose condizionate, che sorgono e cessano, e nella loro cessazione vi è la pace.

Dopo essere stata accolta nell’ordine della bhikkhuni, attraverso le sue poesie veniamo a conoscenza delle profonde realizzazioni di Pitacara. Vividamente paragona i corsi d’acqua che scorrono lungo un pendio a diverse lunghezze di vita dell’essere umano. Alcuni torrenti affondano molto presto nella sabbia mentre discendono, altri più lentamente, alcuni invece, raggiungono la base del pendio e poi affondano nella terra. E così è con gli esseri di questo reame, alcuni vivono solo pochi anni, alcuni fino alla mezza età, e altri anche fino alla vecchiaia, ma tutti alla fine si arrendono alla morte. (Therigatha 112-116).

Il momento finale del suo risveglio è descritto vividamente in una memorabile poesia:

“Poi presi una lampada

e mi recai nella mia cella,

controllai il letto,

e mi ci sedetti.

Presi un ago

e spinsi giù lo stoppino.

Quando la lampada si spense,

la mia mente fu libera.”

Così vedendo nella vera essenza di tutti i fenomeni condizionati, scopriamo tre qualità universali: nel sorgere di tutte le condizioni vediamo anicca, l’impermenenza, ciò che è destinato a morire o che ha il segno della morte e che, fondamentalmente, ci indica il senza segno o l’Immortale. Anche queste condizioni temporanee si dissolvono e muoiono, così conosciamo il dukkha di essere spinti dal desiderio, l’insoddisfazione del reame condizionato, e questo ci porta alla conoscenza del senza tempo, del senza desiderio. Alla fine, nella cessazione di queste condizioni transitorie c’è pace, vuoto, nessun io da trovare, anatta.

Siamo esortati anche a contemplare il nostro kamma e l’implacabile ruota del samsara. Una volta il Beato chiese ad un uomo che piangeva la morte di suo padre: “Per quale padre ti stai affliggendo, il padre di questa vita, o dell’ultima vita, o della vita prima di quella. Poiché, se uno volesse addolorarsi, allora farebbe bene ad addolorarsi anche per gli altri padri.” (Jataka 352)

Nel contemplare questi insegnamenti chiedete a voi stessi: Chi è che muore? Chi subisce violenza? Chi si addolora? Con che cosa ci identifichiamo, con il corpo, le sensazioni, le percezioni, i costrutti mentali, i pensieri e i ricordi? Dov’ è il nostro vero rifugio? Si può trovare rifugio in ciò che è impermanente?

Non appena ci identifichiamo con il desiderio e ci attacchiamo ad esso, al condizionato, allora stiamo cercando salvezza e rifugio nelle cose che muoiono, non nell’Immortale.

Per gli esseri viventi ci sono due tipi di morte, uno che conduce alla morte e uno che conduce alla pace, all’illuminazione. Quando portiamo nella nostra mente un sacco di macerie, non stiamo deponendo il fardello. Ci identifichiamo e rimaniamo impigliati nella visione personale, ‘Sono una persona che ha subito violenza ‘ o ‘affranta dal dolore ‘, oppure ‘Cinque miei amici sono morti di AIDS ed io non ce la faccio proprio ad affrontare la vita.’ Questa è una morte che conduce alla morte.

Ma se siamo in grado di incontrare il momento presente con consapevolezza e saggia considerazione possiamo cominciare a deporre il fardello, ad abbandonarlo e permettere a noi stessi di ricevere il momento successivo con la mente pura, lasciando morire le condizioni che sorgono e il nostro attaccamento. Questo tipo di morte conduce all’illuminazione.

Se non siamo consapevoli siamo come morti e viviamo nella paura della morte. Come disse Socrate, “Coloro i quali amano la saggezza, praticano la morte in ogni momento e per loro la morte è la cosa meno terribile al mondo”. La mente senza paura è la mente del viaggiatore mistico, la mente che vede la vita nel modo in cui essa è veramente, che tiene lo sguardo fisso su ogni momento, che è testimone di questo sorgere e cessare di ogni tempesta, dell’agonia, della paura, della notte più buia e che rivolge alla luce ogni momento perché ci venga ripresentato e rivelato per poi finire, cessare.

Questa pratica non è per condonare la nostra sofferenza, ma per mettere in questione le nostre supposizioni, per permetterci l’indignazione morale quando ci sono errori, per accettare la nostra umanità. Così proviamo la sofferenza della malattia, il peso del marchio che ci caratterizza, la perdita dei cari, la paura della morte eppure, accogliamo pienamente la vita con consapevolezza compassionevole. Non importa quanta sofferenza la vita ci porti, possiamo sempre tornare a quel punto fermo della conoscenza, al sereno dimorare nel centro della tempesta della vita, ad un porto sicuro.

E come Patacara, Kisagotami o Ettie, morendo al nostro dolore, alla nostra sofferenza, al nostro odio, alla nostra paura, lasciandoli andare al loro stesso ritmo, senza forzare, senza cercare di controllarli o di sbarazzarcene, cominciamo a vederli come condizioni naturali la cui insorgenza è dovuta a cause. Noi conosciamo la loro natura, la loro origine, la loro fine, e la via che porta alla loro dissoluzione. Piuttosto che qualcosa di oscuro e da temere, la morte diventa una risurrezione, un’illuminazione interiore, come “il sole che risveglia il loto”.

Venendo qui, forse, vi aspettavate di capire come liberarvi dal dolore tremendo o dalla paura che provate, oppure come sconfiggere la morte. In realtà non si tratta di liberarsi di qualcosa. Entriamo nell’eternità solo lasciando cadere le nostre illusioni e le nostre assunzioni, offrendo noi stessi al momento presente, e rimanendo ai bordi del mondo con il coraggio di non aggrapparci a niente o a nessuno.

Come sarebbe se non invecchiassimo mai? E se non ci ammalassimo mai, o se non morissimo mai? Potremmo veramente amare se fossimo qui per sempre? Attraverso la nostra stessa mortalità, impariamo ad amare, attraverso la nostra sofferenza più nera, veniamo portarti oltre la sofferenza ed esposti alla nostra stessa estinzione, possiamo conoscere ciò che dentro di noi è indistruttibile.

Con la fiducia in ogni momento, anche nelle condizioni più terribili, risvegliamo in noi stessi la possibilità di vivere in completa fiducia. Diventiamo più vulnerabili e, allo stesso tempo, più temerari, se non prendiamo rifugio nel dolore. Impariamo a vivere e a morire e ad abbracciare la nostra gioia e la nostra sofferenza.

Abbiamo appreso delle atrocità che stanno avvenendo nel Kossovo, dove tanti innocenti vengono mutilati e messi a morte. Sembra che vada così per ogni generazione, in ogni secolo. Questo mondo ha tanto bisogno di purezza e moralità. Siate terra, aria, fuoco, acqua, gli elementi. Siate quel viaggiatore mistico e tuffatevi nel vostro cuore in cerca delle perle di saggezza, così le vostre azioni possono scaturire da una consapevolezza risvegliata, in cui ogni momento di pura visione condiziona il successivo.

Questa visione pura è in grado di contemplare le contaminazioni della mente, conoscere il dolore come ciò che ci porta alla sofferenza, comprendere ciò che è nobile nella mente ed essere completamente impegnati in esso.

Quindi questo è il nostro pellegrinaggio. Non solo durante il ritiro, ma anche quando lasciate questo tempio e ritornate alle vostre solite vite, mantenete quell’ardore e quel totale impegno a liberare voi stessi e a benedire il mondo.

Come scrisse Ettie:

“Dovete essere capaci di sopportare il dolore, anche se sembra annientarvi. Sarete ancora in grado di rialzarvi, perché gli esseri umani sono così forti, e il vostro dolore deve diventare parte integrante di voi stessi. Non dovete evitarlo. Non alleviate i vostri sentimenti con l’odio. Date alla vostra sofferenza tutto lo spazio e il rifugio necessari dentro di voi, poiché sopportando il dolore con onestà e coraggio, la sofferenza che ora pervade il mondo, diminuirà.

22
nov

Calma e pace nella pratica informale

   Posted by: hamsah   in Insegnamenti dei Maestri

shakyamuni

del venerabile Ajahn Sucitto

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Roberto Masiani

DISCORSO TENUTO IL 6 APRILE 1997 A CIVITACASTELLANA. (Sati, 1998, n. 1)

Una questione importante è come sostenere la pratica nelle circostanze ordinarie della vita. Si tratta di una sfida che, nel contempo, ci aiuta a consolidare il giusto atteggiamento verso la meditazione e il Dhamma.

È facile dire che la vita ordinaria, con cose da fare, posti dove andare e rapidi stimoli sensoriali, è molto difficile, quasi di ostacolo per la meditazione. Ma forse dobbiamo chiederci se non siano le nostre opinioni sulla meditazione a determinare un conflitto con la realtà della vita quotidiana. Come utilizziamo concetti quali calma, tranquillità, trascendenza? Credo sia importante chiederci se per caso non usiamo questi concetti per creare un mondo separato dove rifugiarci, per non essere infastiditi da cose spiacevoli. È un problema che ha molto a che vedere con le idee che ci facciamo sulla pratica. Se prendiamo, ad esempio, il concetto di infinito, ce lo raffiguriamo sempre come qualcosa di molto, molto vasto. Così, se parliamo di ‘cuore illimitato’ pensiamo che debba essere molto, molto, molto grande. Ma non è in tal senso che il Buddha usava questi termini, non si tratta di realtà metafisiche, assolute. Indicano l’esperienza concreta della negazione dei nostri limiti. Infinito significa letteralmente che non si può misurare e illimitato significa che non ci sono limiti, frontiere. Infinito, quindi, non significa né piccolo né grande, significa non misurabile. Notate quanto spesso ci troviamo intenti a misurare in termini di “quanto sono calmo” o “quanto sono felice”, “quanto sto soffrendo”, “quanto sono in pace”, “potrei stare meglio di così”, “non dovrebbe essere così”, “potrebbe andare diversamente”. Sono tutte misurazioni secondo limiti che noi fissiamo. È proprio così, questo proiettare la perfezione e confrontare è un’attività della mente. La pratica buddhista è diretta a fermare questa attività.

È molto semplice: quando si interrompe questa attività, non ci sono più problemi. Sapete bene che è semplice, ma molto difficile! L’abitudine è così forte… Ecco perché il Buddha ha insegnato ‘la fine della sofferenza’: è un modo molto abile di descrivere l’obiettivo, invece di descriverlo come ‘la realizzazione della perfezione’ che sarebbe un disastro. Questa è la via che dobbiamo continuamente sperimentare. Dobbiamo essere pronti a vedere le nostre idee sulla pratica messe alla prova dall’esperienza della realtà quotidiana, con il suo karma, i suoi schemi, le sue abitudini. Rispetto al flusso degli eventi e dell’esperienza, dove nasce il conflitto e di che genere è? Solo così possiamo riconoscere – praticando la vipassana – come dukkha, il senso di insoddisfazione, dipenda dall’ignoranza e dal non vedere le cose chiaramente. Il risultato più ovvio di non vedere le cose chiaramente è sentirsi “sono questo”, “sono così”, “voglio essere così”, “non sono così”, il misurarsi, immaginarsi, giudicarsi. Portiamo questo atteggiamento in ogni cosa che facciamo, anche nella meditazione. Se c’è un atteggiamento di squilibrio, una posizione dualistica, di divisione, qualsiasi cosa ne derivi, per quanto si raggiungano stati sublimi di meditazione, condurrà sempre a quel senso di divisione e quindi di squilibrio.

Nell’insegnamento si parla di ‘origine interdipendente’. Possiamo vedere che dukkha dipende dall’ignoranza e al tempo stesso l’ignoranza dipende da dukkha. Se notiamo di sperimentare conflitto, sofferenza, insoddisfazione, laddove la reazione abituale o la condizione di fondo è un senso di “io sono”, “io non dovrei”, “io non voglio essere”, “perché sta succedendo proprio a me?”, questo senso di “io sono” è la cosa su cui focalizzare la nostra pratica di Dhamma. Lo sforzo per sostenere un’immagine rassicurante di sé è particolarmente accentuato nelle relazioni sociali e familiari. Ci possiamo rendere conto che in ogni contesto di vita, quando formuliamo ripetutamente pensieri quali: “io sono questo”, “non sono quest’altro”, “dovrei essere così”, “non voglio essere questo”, stabiliamo nei rapporti con gli altri un atteggiamento di difesa, conflitto o manipolazione. Ma se possiamo lasciare andare, se possiamo essere flessibili, fluidi, allora questa condizione personale di insoddisfazione può essere abbandonata. Il che significa che non la alimentiamo: non significa che non debba più esserci o ripresentarsi, dato che viviamo in una realtà potentemente condizionata dall’ignoranza e dal desiderio. Questo vuol dire che, comunque, abbiamo l’opportunità di osservare: questo è dukkha e ha una certa origine, questa è la sua cessazione, quello è il sentiero, la quarta nobile verità, il sentiero per uscire da dukkha che deriva dall’osservare effettivamente queste altre tre verità nello specifico contesto delle nostre relazioni con il mondo.

Nella nostra vita quotidiana, piuttosto che soffermarci su come dovremmo essere o cosa dovremmo avere, secondo una concezione statica della nostra identità, è più importante soffermarci su come agire. Così, invece di saltare da uno stato d’animo a un altro, cercando di trattenerlo per poi cambiare ancora, entriamo in una modalità di esperienza molto più dinamica. Per ciascuno di noi ogni giorno, in termini di stati d’animo, è una sequenza di ‘vittorie’ e ‘sconfitte’: passiamo continuamente da uno stato d’animo in cui ci sentiamo più o meno soddisfatti e vincenti a una condizione di delusione e abbattimento, per poi esaltarci nuovamente. Così generalmente va il mondo, ma se non ci ostiniamo a vedere le cose in questo modo abbiamo una possibilità, ed è questa in effetti la trascendenza. Così, per esempio, quando ci sentiamo disprezzati, non è necessario prendercela con qualcuno o difenderci, ma rimaniamo in contatto con l’emozione che proviamo. Quando vediamo che gli altri ci apprezzano, sentiamo pienamente ciò che sta succedendo. Possiamo vedere quali proiezioni della nostra personalità ruotino attorno a queste esperienze e come, una volta costruita una certa immagine di noi stessi, sorga un intero mondo per confermarla.

Durante un ritiro, potremmo pensare: “Ora il mio cuore è veramente aperto. Mi sento luminoso, gli uccelli cantano ed è una giornata di sole. Come è piacevole il mondo, com’è bello vivere nel sentiero del Dhamma e praticare profondamente! Ora mi sento proprio parte del sangha come tutti i discepoli del Buddha che sono qui. La vera natura umana tende alla perfezione, alla purezza; tutti si sforzano e prima o poi troveranno la loro via per l’illuminazione”. Poi arriviamo in città e qualcuno viene a sbattere contro la nostra macchina, che si rompe. Ci arrabbiamo e quello se ne va senza aiutarci. Corriamo a cercare un telefono per chiamare un’officina e farci aiutare, ma il meccanico dice: “Oggi non lavoro, è il mio giorno di riposo”. Ritorniamo di corsa alla macchina e troviamo che ci hanno rubato la borsa. Allora pensiamo: “Perché succedono sempre a me queste cose?”. E poi ci compiangiamo e ci sentiamo vittime delle circostanze avverse. In quel momento ci ritornano in mente tutte le sventure che ci sono capitate nella vita e pensiamo a quanto il mondo sia sempre stato crudele con noi.

Vedete come si può cambiare in fretta da un minuto all’altro. In effetti, ci identifichiamo rapidamente con le percezioni, e queste sono percezioni. Ma ci possiamo attaccare anche a particolari stati d’animo, come quelli più delicati, di maggior pace o maggior calma. Se proviamo uno stato particolare che pensiamo essere il migliore vorremmo essere sempre così e cerchiamo di trattenerlo, mentre uno stato di maggior agitazione, minore chiarezza, ci sembra da evitare.

Se con la pratica vogliamo cercare di approfondire questi temi della calma e della chiarezza interiore, allora è importante riconoscere e osservare cosa sia realmente la calma, come si sviluppa, come si sostiene, quali sono i suoi benefici, come effettivamente si deve applicare. A ben vedere la calma consiste nel possedere una struttura mentale particolarmente stabile. Questa struttura viene da sforzo, elasticità, fiducia e attenzione, non è una cosa fissa, permanente, rigida, non è qualcosa di cui ti puoi appropriare e aspettarti che resti lì, è qualcosa che viene determinato momento per momento dal concorso di questi fattori. Quando è intensa, la calma può far sorgere una sensazione particolare, un particolare stato d’animo, ci può essere una sensazione di sottile piacere, uno stato delicato e soffuso. Esagerando un po’ possiamo dire che si tratta di effetti collaterali, anche se non è proprio così. La caratteristica principale è un senso di stabilità non rigido: questo particolare aspetto della calma è ciò che più ci aiuta nella comprensione, nella saggezza e nella liberazione. La dolcezza e la piacevolezza della calma è come un balsamo per massaggi. È come mettere un unguento su qualcosa di rigido per ammorbidirlo un po’, così la mente comincia a rilassarsi. Sarebbe contraddittorio se dopo esservi rilassati vi aggrappaste con forza alla boccetta di unguento. Stringete questo unguento nelle vostre mani e cercate di spremerlo su ogni cosa, poi vi meravigliate che le mani non si stiano rilassando. Lo state usando nel modo sbagliato, lo state usando come un oggetto al quale attaccarsi, non come qualcosa che ci può aiutare a muoverci verso il non-attaccamento. Un altro esempio, forse più facile: quando ci inchiniamo di fronte all’immagine del Buddha, lo facciamo per alimentare un senso di affidamento, di fede e apertura, un modo di donare noi stessi. Sarebbe sbagliato aggrapparsi tutto il tempo alla statua del Buddha dicendo: “Tu sei il mio Buddha, potresti farmi un favore?”. Non credo che nessuno qui si comporti in questo modo, ma possiamo avere lo stesso genere di reazione verso la calma e verso la meditazione. In altre parole, esse diventano un oggetto rituale per sostenere il nostro senso di sé, per creare un confine. Se effettivamente le usi nel modo sbagliato non ottieni l’illimitato, ma un limite, un senso di sé molto forte e limitato. Ciò che deve essere coltivato continuamente è la stabilità che la calma aiuta a realizzare. Questo non attaccamento, questo senso di obiettività, è una capacità della mente molto fragile e mutevole. Con questa particolare capacità siamo in grado di comprendere il mondo in un modo benefico, qualsiasi cosa stia accadendo.

Il Buddha ha insegnato che esistono cinque khandha, cinque aggregati. Attraverso di essi si comprende il mondo, e per mondo si intende l’intero reame dell’esperienza. Il primo è la forma, ogni cosa con la quale veniamo in contatto, è l’impressione del contatto. Se per esempio vediamo qualcosa con gli occhi, la coscienza visiva entra in contatto con qualcosa, lo colpisce e non va oltre. Oppure, quando tocchiamo un oggetto o udiamo un suono, ogniqualvolta la coscienza sensitiva è aperta e colpisce qualcosa oppure ne è colpita, ciò che colpisce è la forma. Dobbiamo tenerlo in mente perché è la base dell’attenzione. Non si tratta tanto di cos’è, quanto piuttosto di cosa non è. Invece di tutto quel raffrontare e giudicare, delle proiezioni e delle aspettative, ci fermiamo alla forma, possiamo renderci conto che è una forma. Così, per esempio, questo è un corpo oppure, più semplicemente, questo è soltanto l’elemento ‘terra’, è qualcosa che occupa un certo spazio, ha una certa consistenza. Se qualcosa appare come forma deve essere stato modellato e deve essere modellabile. Quindi potete verificare che per legge di natura tutto ciò che è stato modellato è soggetto a cambiare, a scomparire, a rompersi, a diventare un’altra forma. Se guardate la vostra macchina è già un rottame. Quando sarà diventata un rottame non sorprendetevi. Lo stesso vale naturalmente per il nostro corpo, per il corpo degli altri, per tutte le cose che possiamo vedere. Non le vediamo brutte, ma vediamo che se in questo preciso momento sono così un giorno dovranno essere diverse e osserviamo la nostra sensazione rispetto a questo. Le consideriamo decadenti, brutte, rotte o spiacevoli perché abbiamo l’idea che un certo stato sia piacevole, attraente, bello nel modo in cui dovrebbe essere. A causa di questa visione errata, quando cambia diciamo che è rotto, brutto, decadente e non ci piace più.

Poi abbiamo le sensazioni che possono essere piacevoli, spiacevoli o neutre. Anch’esse sono mutevoli. Ad esempio, mangiando una cosa lo stesso contatto sensoriale può dare sensazioni mutevoli. Se qualcuno accarezza la tua mano, la prima volta può essere molto piacevole ed esclamiamo: “Che bella sensazione, fallo ancora… ohoo, molto bello!”. La terza volta: “Oh, molto bene, grazie, grazie, grazie”. Dopo un’ora e mezza: “Ma insomma, lasciami stare!”.

Le percezioni sono più complesse. Spesso percepiamo qualcosa e la mente riconosce a modo suo, interpreta secondo un’etichetta che le attribuisce. Hai qualcosa da mangiare, forse del pesce o qualcosa del genere. Può darsi che lo tagli e sembri molto duro: “Non è molto buono”, ma se fosse una bistecca ti sembrerebbe a posto. Quando mangi il pesce sa di cipolla, ti sembra cattivo, oppure mangi una cipolla e sa di fragola o bevi un caffè e sa di mora, senti che qualcosa non va, c’è qualcosa di cattivo.

In questi termini è abbastanza semplice, ma abbiamo serie di percezioni molto complesse sulle persone, secondo quello che ci aspettiamo dal loro comportamento, come interpretiamo i loro gesti, come misuriamo le loro parole di nuovo secondo il nostro modo di pensare o di parlare. Così ci offendiamo o siamo contrariati con estrema facilità, o ci sembra che qualcuno sia freddo con noi o viceversa troppo affettuoso o cose del genere. Se praticate, allora, potete riconoscere che “questa è una percezione”, “questa è una sensazione”. Nella mente ci può essere una sensazione di tristezza o paura o confusione che noi non neghiamo, bensì riconosciamo e sappiamo che dipende da quella particolare percezione che quella persona ci ricorda. Può capitare che una certa attività ci faccia sentire sciocchi. La percezione di essere in una situazione in cui ci sentiamo inetti ci rimbalza addosso e pensiamo di esserlo. Se però osservate “questa è una percezione, questa è una sensazione e dipende da circostanze e condizioni”, allora vi potete rendere conto che niente di tutto ciò è permanente, stabile, soddisfacente, niente corrisponde all’essenza del vostro essere o di come dovreste o non dovreste essere.

La preoccupazione di trovare situazioni in cui avere sensazioni e percezioni piacevoli è solo fonte di confusione perché, nella speranza di trovare sollievo, ci spinge ad aggrapparci a certe cose a spese di qualcun altro oppure a manipolare le situazioni in modo che favoriscano me ed escludano gli altri. Se osserviamo più da vicino quel che accade scopriamo che possiamo rilassarci cominciando semplicemente ad accettare quel che accade, prestando attenzione alla sua causa più profonda, quella sensazione di “ciò che io sono” considerandola ora soltanto come un oggetto di pratica. Piuttosto che desiderare di non avere un senso di “io sono”, riconosciamo che il senso di “io sono” è una cosa mutevole, è soltanto una attività della mente. Questa attività fa parte del quarto khandha, il sankhara, le formazioni mentali e i tentativi di creare un senso di sé. Sono riflessi condizionati. Ad esempio, quando uno è arrabbiato e si vuole difendere, questo è sankhara. Oppure si sente in colpa e si vuole punire perché non riesce ad accettare il fatto o la sensazione di aver sbagliato. La sensazione di aver sbagliato nasce dalle aspettative. Il regno del sankhara diventa così molto complesso, ma è soltanto qualcosa di cui dobbiamo prenderci cura riconoscendolo per quello che è, semplicemente un’attività della mente provocata da certi fattori. Naturalmente il risultato finale di felicità o compiacimento o colpa o paura è qualcosa di cui dobbiamo essere testimoni, ma la cosa importante è notare che non sono cose permanenti. Non è necessario cercare di liberarsi di queste cose, non certo in quel momento, dobbiamo semplicemente rilassare l’attività che le determina, che continua a produrre quei particolari stati mentali.

La coscienza è il quinto gruppo di khandha. La coscienza è come una esperienza totale di presenza; la presenza è coscienza, si tratta solo di riconoscerla. Tutte le esperienze dei sensi e della psiche che accadono, esistono nel regno della coscienza. È un po’ come ricordare. Se ricordi qualcosa molto intensamente, l’ampio reame della coscienza si apre. Nel ricordo ci sono gli umori, le emozioni, le immagini, le persone che appartengono a quel ricordo, tutto è presente, ma se sposti l’attenzione su qualcos’altro, scompare. In questo modo potete verificare che la coscienza dipende da una certa attività che consiste nel posizionare l’attenzione. Potete rendervi conto che spesso questo lavora contro di noi. Quando la mente viene catturata da una particolare idea o percezione, o da una determinata visione della realtà, possiamo esserne succubi. Ma la coscienza può essere guidata. Lo scopo della meditazione è comprendere questo. Perciò impariamo o almeno cerchiamo di imparare a portare la nostra attenzione sul respiro oppure su di un atteggiamento di gentilezza. Sono estremamente importanti la calma e l’intuizione che vengono dalla meditazione e ci indicano la direzione in cui portare la nostra coscienza. Quando calma e intuizione vengono insieme possiamo essere testimoni di qualsiasi esperienza come qualcosa di mutevole che non ci appartiene. Si tratta di ricordarselo, di continuare a vedere le cose in questo modo, non è qualcosa di cui ci si può impossessare nel tentativo di appiccicarlo come un etichetta su tutto quel che capita. Sarebbe come usare l’unguento nel modo sbagliato. È un tema di realizzazione, devi interrogarti su come usi questi temi, è qualcosa a cui devi arrivare con l’intelligenza, l’indagine, la focalizzazione, l’attenzione, la stabilizzazione interiore. “È mia questa emozione? È permanente questa sensazione? Questa idea di ciò che io sono è qualcosa di stabile destinata a durare? Questo stato d’animo in cui mi trovo è veramente me? Questo senso di piacere è qualcosa che posso avere per sempre?”. Dobbiamo investigare in questo modo per stabilizzarci e ottenere più calma, non è la calma di un particolare stato di coscienza, è una calma che ci aiuta a dirigere la coscienza verso la saggezza. Ci dirige verso la saggezza e la liberazione semplicemente perché è da lì che viene, non può fare niente altro. Non è necessario forzarla, crederci, trattenerla, è sufficiente portarla nella mente e lasciare che vi dica quello che ha da dirvi. Nelle nostre vite cerchiamo di stabilizzare, di sostenere questo modo di praticare. Quindi dobbiamo avere tempo durante il giorno per fare qualcosa che ci rigeneri, per ristabilire la fede, la fiducia, ricordare a cosa appartiene il Dhamma, da dove viene, e anche per renderci conto delle abitudini, di quanto siano profondamente radicate, di cosa ci può aiutare ad abbandonare alcune di queste abitudini.

Un maggior senso di pace e armonia non può esserci fornito da qualcosa di esterno. Quello che otteniamo è il risultato immediato delle nostre azioni, del nostro modo di reagire alle situazioni. Perciò restando in pace con noi stessi e con ogni altra cosa, che sia qui, lì, piccola, grande, passata, futura, ogni cosa che faremo dovrà avere quel risultato. Questo è il mio pensiero.

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